Translate

Calliope

Calliope
Inno all'arte che nel nostro sangue scorre.

mercoledì 11 ottobre 2017

Di luce vibran le parole

Un aiuto ai bimbi e a coloro che li curano con un libro per Natale.
Tutti siamo invitati a fare di un nostro talento, un veicolo per alleviare un dolore, anche piccolo ma sufficiente per far nascere un sorriso. Il mondo che viviamo è adesso, se abbiamo qualcosa da dare, diamolo ora.
https://annamariavezioilgiardinodicalliopeblogspot.wordpres…

venerdì 6 ottobre 2017

Sono qui




Si è staccato
il filo invisibile
che fermo tenea
l'anima al corpo legata
È fumo impalpabile e bianco
quel che unisce lo spirito al fianco
Eterea colonna
di luce è ornamento
il lampo che induce
il corpo alla mente
Superato è il confine
di una Porta sul Tempo 
sono qui e sono io
nell'eterno momento.
Ali di cieli pag. 39
in foto: Val Ridanna 2017 (pers.)

-San Francesco e la madonna degli Emancipati- di Sergio Casagrande

Riporto uno dei primi sogni infantili, di quando avevo 14 anni: quanti anni sono passati! Come un quadro antico ha avuto bisogno di un restauro. Rimozioni di alcune impurità dovute al tempo. Le ho rimosse ponendo attenzione a non cancellare del tutto le vecchie tracce. Ho infine rinnovato i colori, con una pasta più adatta ai tempi
Il cancello d’oro massiccio era spalancato, il tappeto erboso rasato di fresco emanava un profumo intenso che allettava le narici. “Oro? Quassù non ci sono certamente ladri” pensai. Accorciai il guinzaglio a Mirto, non si sa mai che gli scappasse la popò proprio lì davanti. Appena varcato l’ingresso mi colpì la presenza di un frate magrissimo con il saio logoro. Attorno alla sua umile figura tanti eremiti, cenobiti, anacoreti dalle lunghe barbe fluenti, vestiti di stracci, a battergli le mani sulle ossute spalle, a complimentarsi con lui. Altri, in disparte, santi e papi lo guardavano con un certo disappunto, forse erano gelosi e si sentivano a disagio nei loro magnifici manti ricamati d’oro e pietre preziose. A un tratto gli si fece incontro una donna sui quarant’anni, con la gonna appena sopra i ginocchi e le calze rosse. – Oh, mio povero Poverello, - mormorò- la tua tunica è frusta, è a brandelli, vieni, te la accomoderò, la rappezzerò alla meglio. No, è inutile, ne prenderò una di nuova. - Un puttino con le ali, allora si avvicinò alla caritatevole donna e le sussurrò: - No, mia Signora, la donerebbe ai più poveri e diventerebbe difficile capire chi lo è più di lui.-  Più in là un altro frate dal naso adunco e il saio bruciacchiato e fumante, gridava all’indirizzo di un paio di cardinali con tutto il fiato di cui era capace “Discutiamo e trattiamo ma senza trucchi! Senza le solite commedie! Senza interventi di papi e banchieri! Suoneranno le trombe, le trombe del giudizio prima o poi!” –Incuriosito, mi avvicinai a un tale che disse di chiamarsi Rocco, e gli chiesi dove eravamo e chi erano le persone davanti e attorno a me.
- Questo è il Paradiso! Hai di fronte a te Francesco di Assisi, la Madonna e fra Savonarola- mi rispose in un lampo.
- La Madonna con le calze rosse e con quella gonna corta? E perché tante discussioni?
- Che c’è di strano? è una delle tante madonne, dopo quella del Colera, del Dolore, del Rosario… Questa è la Madonna degli Emancipati. Discussioni? Il Paradiso è un luogo democratico, esaminiamo tutti i problemi senza pregiudizi.
- Mi presenti il Poverello? Vorrei rivolgergli una domanda.
- Vieni.
Mi trovai a tu per tu con Francesco, ero un po’ intimidito, lo confesso. Lo avevo visto raffigurato nei quadri e nelle immagini, che don Remigio ci proiettava nella parete dell’oratorio. Il patrono d’Italia! Ora lo avevo dinanzi. -Per cortesia- così mi rivolsi- sai dirmi dove finiscono tutti gli animali e le piante del mondo? - Aggiunsi piano: - Mia nonna è qui anche lei?
- Mio piccolo fratello,- rispose- l’universo infinito non è forse il luogo più adatto per la dimora di tutti? Non vedi gli uccelli? Sono vicini agli angeli: per questo il Signore li ha creati con le ali. La nonna? Le hai voluto bene?
- Sì, sì.
- Quando la penserai, si desterà dal sonno per te. Più il tuo pensiero sarà intenso più lei vivrà.
Ora, col senno del poi e con le nuove scoperte tecnologiche, traducendo le parole di Francesco potrei affermare che ad ogni caro che ci manca corrisponde un blog: più viene visitato, cliccato, più il nostro caro sorride di contentezza. E allora se sorride vuol dire che vive.
Mi svegliai di buon umore e corsi da mia madre: - Mamma, lo sai che Mirto, il nostro cagnolino, è vivo e sta bene? E anche la nonna! E poi, poi tu non morirai mai.
- Chi ti ha raccontato queste cose?
- San Francesco!
- Se lo ha detto lui allora, sarà certamente così: non morirò mai.
Sergio Casagrande

" La vita come l'uva" Cristinapia Sessa Sgueglia‎


Un giorno te affacci alla vita
E scopri un casino de rotta
Te dici: ma è dura sta' lotta...
E correnno te sei esaurita!
A sto' punto te parte la pigna 
Cercanno na' strada sicura
N'do vai vai alla fine s'appura
Che sei come l'uva de vigna.
O sei 'bbona e saporita
Sinno' t'hanno stirpata
Perché sei sfiorita!

Cristy2017

Cristinapia Sessa Sgueglia‎ Autore del Giorno "Anima di Vento" 06/10/17

domenica 1 ottobre 2017

Nel dolore del muschio

Qual è il dolore
che di muschio ha l'odore
E qual è l'odore
che di funeree macchie
ha il colore
Dov'è il dolore
cosa fa cosa dice
che riflette
quando è il ventre
a perder se stesso?
A chi si accosta
e piange e consola
il dolore
E dove lentamente poggia
per ritornare Amore?
E penetrare un figlio
e scuoterlo scuoterlo scuoterlo
a ché vomiti il diniego
e ritorni Vita.
Ali di cielo pag. 37

sabato 30 settembre 2017

Il ricordo di un ieri "Ali di cielo"


Ribollendo pulsa
di là della palpebra
il sangue
Grida la luce
ferendo lo sguardo
-il ricordo di un ieri-
Squarcia la pelle
l'emozione furente
Si gonfia e si strappa
s'arrotola e geme
-il ricordo di un ieri-
poi perfido s'erge
il nero figuro
e l'anima sbrana.


 "Ali di cielo" pag. 33
Foto personale

venerdì 29 settembre 2017

"Nell'ora" da Ali di cielo


Chi c'è in questa ora
che di strofe m'indora
Si palesa l'istante
e racconta esistenze
Mi chiede pazienza
e penna senziente
M'impone grafia
lesta veloce empatia
Chi c'è in questa ora
disunito al suo tempo
che da me pretende
assoluto consenso
Sei nell'ora
del qui dell'ora del sempre?

"Ali di cielo" pag. 19

sabato 5 agosto 2017

Il gioco

Il gioco della disumanità miete i campi della coscienza.
Circuisce le menti e le annebbia, le convince che il "mors tua vita mea" è la vera vittoria.
Invita ogni anima a dubitare di sé e di ognuno. Vanifica la forza, spegne le voci.
"Il dubbio è demoniaco" diceva un saggio, nonché santo per i cristiani;
"Divide et impéra" diceva il SPQR;
"Tutto contro tutti" dice l'andante del secolo.
Nel bailamme di "vittoria" grazie a morte altrui; di "dubbio che divide"; di divisione e quindi 

"-imperati=sudditi-"; di "tutto contro tutti", ognuno guarda l'altro con circospezione, con timore, paura, prevenzione. -Se stesso e l'altro-.
Il gioco è fatto. I dubitanti dubitano, di se stessi e d'ogni altro; la coscienza è un cencio strappato dal vento del momento, l'anima s'attorciglia fra domande che non si è mai posta.
Il gioco della disumanità ha mietuto le coscienze, ognuno urla qualcosa e non importa cosa. Ognuno è triste e arrabbiato per qualcosa e fabbrica quel "qualcosa" perché nel "dubbio" non sa che "qualcosa" può essere chimera, gioco di disumanità anziché personale scoglio. E tutti, allegramente, ci si presta a giochi di disumanità, di mors tua vita mea, di dubbio a tutti i costi, di divide et impéra. Perché è meno faticoso essere trascinati dalla corrente che non Essere corrente.
Davvero vogliamo giocare il gioco della "disumanità"? Davvero vogliamo -non- credere che siamo -Liberi-? Perché lo siamo, basta vederlo...
Vs Annamaria
AmVezio@text&image

martedì 1 agosto 2017

Profumi di memorie

Attutite
dall’aria ambrata d’estate
arrivano onde di note
Suoni di voci frammiste
a profumi di memorie
Sembra d’esser
ai piedi del mare:
ne sento il fruscio
carezzare le labbra
Lo sguardo scola
sul collo della collina
Fra le sinuose linee
s’inerpica
ne carezza le curve:
s’estasia
Fra pieghe d’Eterno
si stendono piaghe
Torna la fonte a dissetare l’anima:
-in memorie ardite
nudi i giorni del Sempre-

AmVezio@text&image
ISBN 978-88-94020-27-4 



sabato 29 luglio 2017

Origami del Tempo

In pieghe d'origami
s'arriccia il presente
fra i suoi spazi
alberga il passato
nelle sue forme
si svolge il domani
Il mio sempre
è piegature d'origami.

AmVezio@text&image

Storia breve dell' infermiera di paese Intro: Da "Umani per caso"

Ecco che ritorna il bel tempo del tempo brutto. Una bottiglia di vino e due fette di prosciutto come compenso per una iniezione. Ti ricordi? Mi ricordo Annam? Sì, mi ricordo quando andavo per i campi e le lunghe strade sterrate accecate di sole con in fondo il colore del mare per portare le mie mani a quei corpi sofferenti e vecchi. Non avevano soldi da darmi ma mi riempivano borse di omaggi, omaggi alimentari. 
Tornavo a casa con lo zucchero e il caffè e la bistecca appena macellata e i funghi freschi e patate e frutta.
Andavo a piedi con gli scarponcini dalla suola più volte incollata ma sempre lucidi di cromatina, il mio cappotto con la mantellina che in caso di pioggia sbottonavo dalle asole e diventava il mio ombrello. Avevo sorrisi nelle tasche dove riparavo le mani fredde e viola e chiavi di case, della mia e di quelle dei miei malati. Me le davano fiduciosi le loro chiavi, e io arrivavo puntuale all’ora di colazione per preparare un po’ di latte col caffè che offrivo loro come fosse il pasto di un re e poi li lavavo, li massaggiavo, e raccontavo cose belle per accendere un sorriso nei loro occhi spenti. Mi aspettavano, i miei malati, senza sveglie né orologi, sapevano quando era l’ora in cui sarei arrivata. E sollevavamo il corpo stanco e maltrattato dal tempo afflitto colorando di chiaro il loro momento di cure e attenzioni.
Compresse, iniezioni, bendaggi e bisturi per le zone in cancrena, sorridevano alle mie parole, ai miei racconti romanzati di fatti veri e piccoli ma ingranditi, ironizzati per suscitare il loro riso. Ridevano i miei malati e mi benedicevano, benedizioni per le mie mani calde, a bollore dicevano, le mani a bollore che risucchiavano ogni loro male e lo gettavano via, lontano dai loro corpi. Ah! I miei malati che mi consegnavano il loro dolore fisico e morale affinché lo portassi via, ad annegare nel mare, a bruciarlo nelle sere di falò sulle spiagge gremite di marinai appena rientrati dalla pesca. Mi consegnavano i loro mali e un chilo di zucchero e magari le due tazzine del servizio ormai spaiato che con cura tenevano come importanti cimeli di grande fattura nella credenza; però me le davano, con amore e malizia mi han dato due tazzine perché chissà, fuori, tornando verso casa potrei incontrare un uomo, un principe azzurro che di azzurro potrebbe colorare il mio solitario andare. Sì, è per questo che Amina mi regalò le due tazze del servizio ormai spaiato e morto di porcellana inglese; nel rigo d’oro vedeva la corona dell’immagine di me ridente insieme a un sorriso di uomo. Si dilettò a raccontarmi della perfezione di quelle dita che strinsero i manici di quella tazza che mi mostrava: dita affusolate d’uomo molto colto ed elegante, che non conosceva calli da zappatore, ma la seta delle pagine dei tomi che a getto continuo leggeva, mai affettato però se pur distinto e di buon linguaggio, dotto e forbito, uomo che per lei nutriva un grande amore nascosto eppure svelato ai quattro venti, sussurrato, urla sussurrate ai venti per un amore che mai avrebbe potuto consumare. È bella Amina mentre rievoca queste cose, si rianimano le tazze e la stanza buia e grigia di polvere antica diventa ridondante di suoni e luci a festa e fra tanti ospiti cinerei si illuminano le due figure, lei e il capitano, bello nella sua divisa bianca e blu. La mano inguantata stringe quella tazza e poi si sveste per stringere la delicata mano di Amina e l’accarezza, accarezza il viso e il ricciolo ribelle che ribelle non è, è inanellato sulla fronte a bella posta, per farsi accarezzare, e tra la ciocca e la fronte ben poco è lo spazio per poter consentire alle dita di lui di non poggiarsi sulla pelle, in un elettrico frammento di istante. Un istante lambito dal calore della mano d’uomo, sulla tenera pelle del viso di una giovane e bella Amina, istante che è rimasto impresso sul manico della tazzina e sul suo bordo l’impronta di un bacio che mai toccò la bocca di Amina.
 Amina, Amina ora sfiora la tazza con le sue dita raggrinzite dall’artrite, accarezza il bordo poi lo porta alle labbra e torna giovane donna innamorata, nel suo cuore pulsa lo stesso sangue giovane che irrora il corpo in un fremito di piacere e accende la gioia rimasta chiusa nel cassetto dei ricordi.
Quella tazza era una storia, era un film a lento tempo fermo su quel ricciolo accarezzato, su quelle dita scivolate sulla pelle del viso di giovane donna ora rugoso e spento che per un attimo si è riacceso, per il tempo del racconto si è illuminato di quel tempo fermo fra le rughe e le ha ringiovanite. E quella tazza me l’ha regalata, due tazze, l’altra è riservata a me per quando mi innamorerò di un capitano bello e colto ed elegante e con lui, fra sguardi d’intesa amorosa e lievi carezze rubate, sorseggerò il caffè.
I miei malati, quante storie belle ora racchiudono fra le piaghe cancerose i miei malati, e quanta storia mi porto a casa racchiusa in quelle tazze che non userò mai, che guardo oggi vedendo l’ieri.
Ecco che ritorna il bel tempo del tempo brutto. Una bottiglia di vino e due fette di prosciutto, oggi, come compenso ad un ago infilato nel gluteo di una donna ammalata oggi, ma che domani guarirà perché è giovane, lei è giovane e guarirà, lei l’accompagneranno le mie mani a bollore e i miei racconti sereni e le mie dita precise sulla siringa.
AmVezio@novembre 2003

martedì 25 luglio 2017

Fabius Constable & Celtic Harp Orchestra in concerto PISA 2017

Fabius Constable & Celtic Harp Orchestra saranno fra gli ospiti d'onore di due serate da non perdere .

VI INFORMIAMO CHE SONO DISPONIBILI I BIGLIETTI PRESSO LA BIGLIETTERIA DEL TEATRO VERDI DI PISA.

Sabato 09 Settembre 2017 - Teatro Verdi di Pisa : Gran Gala dal titolo " THE MUSIC OF SOUL : LA GRANDE MUSICA DA MOZART A PUCCINI "

Martedi 12 Settembre 2017 - Teatro Verdi di Pisa con l'immenso ANDREA BOCELLI " A BREATH OF HOPE : DALLO STRADIVARIO AL ROBOT "
Biglietti per la serata con Andrea Bocelli su VivaTicket IN RAPIDO ESAURIMENTO 
E' PREVISTO LO SCONTO DEL 20% PER L'ACQUISTO DEI BIGLIETTI DI ENTRAMBE LE DATE.
Fabius Constable & Celtic Harp Orchestra vi aspettano !!

Lo staff
Celtic Harp Orchestra

sabato 22 luglio 2017

Riccioli di mente

Dove va quel ricciolo di mente
quand'ombra di notte
in fugace lampo
ogn’attimo adorna
S'accosta al nucleo d'un Cosmo
-che forse è questo o forse è sconosciuto-
O forse va in rivoli d'argento
c'al Sempre ad'ogni Cosmo s'assomiglia?
Dove va
Dove va quel ricciolo di mente
quand'ombra di notte
in fugace lampo
ogn’attimo adorna
Torna fors'egli al Padre
che d'ogni Tempo n'è il Signore?
È forse il fulgore d'un pensiero l'incontro?
AmVezio@text&image

sabato 15 luglio 2017

Mi avrai

Tu mi cerchi
in attimi asfittici
-di me e di te-
Quei momenti di me
in quel momento
Mai troverai
il flusso di me
in quell'attimo:
ero lì
...
ora non più
Mi avrai
nello spazio
che traccia il confine
del Non luogo
Laddove l'istante
è compagno del Tempo
Senza tempi e confini
Nel Sempre. 



"Ali di cielo" 
ISBN 978-88-94020-27-4

AmVezio@text&image

Nel riflesso di un ricordo

Scoprii d'esser bella 
quell'attimo
al Tempo appeso
Troppo distratta
per annuire allo specchio
quando ormai fu tardi 
per dir sì al mio tempo
Scoprii di esser viva quell'attimo in cui
beffarda mi sorrise la Morte
Ebbi forza ancora
per rinnovare
il mio Sì alla Vita
Scoprii di essere me stessa
l'attimo giusto
che mi regalò
me stessa allo specchio:
ora e qui
in eterna bellezza
aldilà dello specchio
Al di là della morte del corpo.

"Anime senza ali"
ISBN 978-88-94020-27-4 

AmVezio@text&image

giovedì 6 luglio 2017

Biografie Autori: Gerardina Rainone

Gerardina Rainone nasce a Salerno nel 1962, inizia gli studi musicali presso il Conservatorio della sua città diplomandosi in Violino e Viola. Nella sua attività concertistica ha sempre prediletto i gruppi da camera alle formazioni orchestrali, con le quali ha peraltro collaborato in numerose occasioni ed anche in qualità di Prima Parte, (Orchestra del Teatro San Carlo di Napoli, Orchestra del Teatro Verdi di Salerno, Orchestra Filarmonica Partenopea etc.), sviluppando un percorso che la ha portata ad eseguire repertori poco frequentati ma interessantissimi, quali il duo violino-chitarra, il duo violino-violino e violino-viola, il trio e il quartetto d’archi e il quartetto barocco, (due violini e basso continuo). È attualmente docente della cattedra di Violino presso la Scuola Media ad Indirizzo Musicale di Caserta. Negli ultimi 3 anni ha ricoperto contemporaneamente il ruolo di docente di Esecuzione ed interpretazione, nonché Laboratorio di musica d’insieme per archi al Liceo Musicale. La sua passione per la poesia nasce in età adolescenziale ma è solo negli ultimi anni che la incanala in brevi ma intensi componimenti. Ha destato l’attenzione della stampa che le ha dedicato un articolo nella rivista NoiDonne a cura di Luca Benassi ed ha pubblicato a novembre 2016 il suo primo libro di poesie per Monetti Editore dal titolo “Il Pentagramma delle parole”.


domenica 25 giugno 2017




Perché tutti siamo Amore


Poter esprimere "largamente" un proprio sentire forse può alleggerire, così come inibire. Ogni individuo risponde all'esterno con la grammatica della propria indole. Molti sanno esporsi di più alla moltitudine, ché "forse" li rafforza o perché "forse" non hanno inibizioni. Molti sono schivi, forse per discrezione, forse per umiltà e forse chissà.Tanti "forse", perché in fondo, noi nulla sappiamo di qual fiume scorra in ognuno; non sappiamo dare misura al nostro di fiume come potremmo definire quella dell'altro? Non c'è misura nella convivenza umana: ognuno è uguale solo a se stesso; ci rassomigliamo per esperienza, per elettività, perché Forse in altri tempi e altri luoghi ci appartenevamo, forse, chissà. Così è che ognuno si esprime secondo la propria indole. Chi narra se stesso affacciato alla finestra, chi lo fa nella penombra di un lume alla sua scrivania. Ognuno fa onore alla propria indole, e fa sempre bene perché da' "luogo" a se stesso. Alcuni danno voce a sussurri dell'anima e raggiungono l'oltre, alcuni urlano e raggiungono l'accanto. Ognuno ha un suo modo per dire alla Vita: "ci sono". Ognuno ha un posto e ha scelto un ruolo nella vita. Poi la stessa Vita turbina attorno a quell'ognuno, e mette accanto chi più si confà: chi esprime largamente il proprio sentire per sentirsi vivo; chi esprime il suo fra versi discreti alla penombra di un lume della sua scrivania. Ognuno ha scelto il suo "luogo" di appartenenza, ognuno appartiene comunque, al Cosmo. Di fronte alla grandezza del Creato, siamo solo particelle in movimento che si accostano e allontanano; si fanno "insieme" e si fanno "discontinui". Di fronte alla grandezza del Creato, siamo piccole voci che spesso disturbano il canto degli Angeli, ma tutti siamo note di quel canto. Chi urla e chi sussurra, è comunque amato dal Cielo.
Tutti siamo Amore, in modi diversi, giusti o meno, siamo Amore.
 
AmVezio@text&image

Noi, semplici umani, sappiamo e possiamo, utilizzare l'unico linguaggio che ci rappresenta: il nostro modo di esprimerci. Ne siamo grati, è questo il nostro tempo. Altro, al momento non ci è concesso.
 


AmVezio@text&image

Falena


Scelta e destino

È sottile, sottilissimo, è filo tramato da impavido ragno, il confine fra la scelta e il destino.



AmVezio@text&image

Perché tutti siamo Amore

Poter esprimere "largamente" un proprio sentire forse può alleggerire, così come inibire. Ogni individuo risponde all'esterno con la grammatica della propria indole. Alcuni sanno esporsi di più alla moltitudine, ché "forse" li rafforza o perché "forse" non hanno inibizioni. Alcuni sono schivi, forse per discrezione, forse per umiltà e forse chissà. Tanti "forse", perché in fondo, noi nulla sappiamo di qual fiume scorra in ognuno; non sappiamo dare misura al nostro di fiume, come potremmo definire quella dell'altro? Non c'è misura nella convivenza umana: ognuno è uguale solo a se stesso; ci rassomigliamo per esperienza, per elettività, perché Forse in altri tempi e altri luoghi ci appartenevamo, forse, chissà. Così è che ognuno si esprime secondo la propria indole. Chi narra se stesso affacciato alla finestra, chi lo fa nella penombra di un lume alla sua scrivania. Ognuno fa onore alla propria indole, e fa sempre bene perché da' "luogo" a se stesso. Alcuni danno voce a sussurri dell'anima e raggiungono l'oltre, alcuni urlano e raggiungono l'accanto.Ognuno ha un suo modo per dire alla Vita: "ci sono". Ognuno ha un posto e ha scelto un ruolo nella vita. Poi la stessa Vita turbina attorno a quell'ognuno, e mette accanto chi più si confà: chi esprime largamente il proprio sentire per sentirsi vivo; chi esprime il suo fra versi discreti, alla penombra di un lume della sua scrivania. Ognuno ha scelto il suo "luogo" di appartenenza, ognuno appartiene comunque, al Cosmo. Di fronte alla grandezza del Creato, siamo solo particelle in movimento che si accostano e allontanano; si fanno "insieme" e si fanno "discontinui".
-Di fronte alla grandezza del Creato, siamo piccole voci che spesso disturbano il canto degli Angeli, ma tutti siamo note di quel canto. Chi urla e chi sussurra, è comunque amato dal Cielo.
Tutti siamo Amore, in modi diversi, giusti o meno, siamo Amore.-
Vs Annamaria


AmVezio@text&image

giovedì 18 maggio 2017

Donne antiche, dogmi arcaici

La mia formazione caratteriale di donna antica, mi ha insegnato a guardare negli occhi le persone, ascoltare poco le parole con il solo orecchio attento alla vibrazione della voce, di leggere fra le righe e di fare silenzio quando l'orecchio altrui è sordo. Non amo le lotte, se mai dovessi vincere nella vita, è perché ho creduto in quel che ho fatto, quindi ho già vinto.

 All rights reserved - © copyright text- and image Annamaria Vezio

martedì 16 maggio 2017

"Mamma" di Lucia Dina Salerno

Amore di un suono sordo.
Veglio un'anima senza risposte
e con occhi di sempre ti guardo,
carezze fugaci da te nascoste
nella mente perduta
ti chiamo con amore.
La mia voce devia
nel tuo sentire, 

io carne della tua carne,
oblio di un suono sordo

... 
tu colpa non hai.


 
 
All rights reserved - © copyright text-Lucia Dina Salerno
Autore del Giorno-Anima di Vento- Maggio 17
image@AmVezio-oliosutela

sabato 6 maggio 2017

Firenze "Presentazione" Ali di cielo e "Arcobaleno di noi"

Firenze 11/05/17 ore 17  Associazione Culturale Il Giglio, via Jacopo da Diacceto 3/b Firenze
Ali di cielo -silloge di un
viaggio nelle scie dell'anima- Prefazione di Dante Maffia (medaglia d'oro Pres. Repubblica- Candidato Nobel Letteratura) Arcobaleno di noi - raccolta fiabe e filastrocche di bambini e adulti per i bambini ospedalizzati- Progetto Fiaba
di Annamaria Vezio

Non giudicarmi


Sogni

In punta di piedi
scivola la notte
-sulle pieghe dell’anima-
Ogni sogno del giorno ammanta
Sogni nuovi di giorni nuovi
inventa.



All rights reserved - © copyright text- and image Annamaria Vezio


mercoledì 26 aprile 2017

"I sentieri dell'alba" di Giampiero Donnici


Arabeschi indistinti
di luce
invocano tenue sentire...
oscura prigione
inondata di fuochi,
freddo chiarore
da morbidi toni
in stupore di sonni
morenti.
Disegno che dona
all'azzurro
la nuda follìa
di un artista distante,
come un bimbo
che getta i colori
su tavolozze
di sogni rubati.
Quasi eterea
si desta una musa
nella luce
di un giorno che vive
nel mio canto
alla notte che muore,
seguendo
i sentieri dell'alba
a carpire
ora nuovi colori.


All rights reserved - © copyright text- and image Giampiero Donnici -Autore del Giorno Anima di Vento Aprile 2017-

"In questo mio giardino" di Loretta Zoppi


In questo mio giardino disastrato
non v’è risparmio d’ogni taglio alcuno
e come un giardiniere improvvisato
completa il freddo inverno, inopportuno,
la triste opera di accatastamento:
i tuoi vasi in un angolo in penombra
gli arredi in pila che par la vita sgombra
ma come in attesa del prossimo tormento.

E vivo come dentro al suo interno.
Mi scalda a malapena il tuo ricordo
che il ghiaccio un poco sbrina e in cuore alterno
la rimembranza tua a un dolore sordo.
Mi manchi, come manca a questa neve
la tua impronta, il tuo camino acceso,
il tuo accordo.

 
All rights reserved - © copyright text Loretta Zoppi "Autore del Giorno Anima di Vento Aprile 2017"

image by annamariavezio

"Empatia" di Mariagrazia Cali


Accentua il mio sentir ,strana compagna
Eppur le ho sempre chiesto
d'allontanarsi ,che mi sfianca!
È come un fiume in piena
Mi trascina
finànche a sentir
delle pietre
il dolore!
Lei m'ha risposto allor
ch'io non vedrei
le mille sfaccettature
che ha il colore
Il gorgogliar dell'acqua
se mi sfiora e udir
nei suoni della vita,
le melodie
che fan vibrare il cuore!
Vedrei solo il bianco e nero
delle cose
E pur di non pungermi
non coglierei
neanche l'odore delle rose.
Chè la sensibilità non fa rumore
Ma dentro come piuma, ti cammina
pungolandoti nel cuore!
 
All rights reserved - © copyright text-Mariagrazia Cali "Autore del Giorno Anima di Vento Aprile 2017" 
image Web

"Anime di carta" di Rosella Lubrano

Ho raccolto quattro stracci,
pezzi di vita abbandonati
in un vicolo buio,
gocce di solitudine
nel mio sconfitto,
ho lasciato troppi segni
sulla pelle già strappata,
viaggiando controvento
su vele squarciate
dall' incomprensione,
ho costruito piramidi di illusioni
sull' asfalto del cuore
tra i se e i ma
di un cuore annichilito.

A volte è difficile non morire!
Ora sono qui,
debole statua di cera,
la pioggia schiaffeggia i miei pensieri,
i miei ricordi, le mie illusioni,
ormai il freddo mi brucia dentro
sotto un cielo spietato
nell' assordante silenzio dell'anima.
 
All rights reserved - © copyright text- Rosella Lubrano image Web
-Autore del Giorno Anima di Vento 2017- 


Mimmo in arte Antonio de Curtis Sogno di una notte di mezza estate


La prima luce che mi carezzava il viso o lo sciabordio dell’acqua sotto il fondo della barca?
La luce che filtrava dalla fessura tra i due lembi della tenda!
Mi ritrovai nel mio letto, pieno!
Nel pieno di un amore passionale: turgido e madido.
Per un attimo restai interdetto; poi realizzai …
Ricostruii a ritroso quel lungo momento.
Improvvisamente mi ero trovato sulla soglia nella penombra della porta appena socchiusa … avevo appena aperto ancora un po’ il battente … nel chiarore incerto di non so quale abat-jour dormivi, il sorriso sulle labbra, la mano morbida sul cuscino … quasi un faro sembrava illuminare quella parte di stanza, solo quella parte … fui tentato di oltrepassarla quella soglia … ma … ma tu apristi gli occhi e mi guardasti … mi guardasti … mi ritrovai con la mia mano nella tua … a passeggiare tra i tuoi fiori … nella tua camicia bianca sembravi la luce dei tuoi fiori.
E ridevi e correvi e mi … giocavi … Io ti seguivo “come un bambino segue un aquilone” … mi tenevi per mano eppure mi sembravi lontana lontana … finché me la lasciasti e prendesti a correre, correre …
“Vieni! - mi dicevi, senza parlare - Vieni!” … ed io sentivo il peso dei miei anni. Ma improvvisamente mi nacque non so quale forza, quali nuove o vecchie energie.
E t’inseguii e ti raggiunsi e ti presi io per mano.
E correvamo insieme su prati verdi verdi appena umidi di fresca rugiada.
Era notte; ma forse era la luce della luna che tingeva di luce la nostra corsa. Tu ridevi, sorridevi nella tua svolazzante vestaglia.
“Spegni la luce” pensai.
Avrei potuto anche spegnerla la luna ma non il tuo sorriso.
Correvamo leggeri, eterei; attraverso il bosco che sembrava una coltre che ci copriva.
E tu ridevi e stringevi la mia mano.
Non so se eri tu che andavi ed io che ti seguivo o io che andavo e tu che mi seguivi: andavamo; chissà dove.
Sentivo la dolcezza della tua mano che stringeva la mia; le strette che a volte diventavano più strette come a saggiare che ci fossi ancora; e tu come me.
E sbucammo su una spiaggia lunga lunga lunga.
Ti fermasti un attimo al margine; sedesti su una pietra a guardare lontano all’orizzonte come se … non lo so … poi ti alzasti mi afferrasti la mano e corremmo corremmo corremmo.
Finchè cademmo sfiniti sulla battigia.
Il tuo corpo ansante ed il mio; i tuoi riccioli nella sabbia e la tua bocca.
Ti baciai dolcemente. Dolcemente mi baciasti.
Mi offrii ti offristi.
Risento la carezza delle tue gambe avvinghiate al mio corpo ed il calore caldo di te.
Te …
Nudi e felici immemori e persi.
Mi carezzavi dolcemente; dolcemente baciavo il tuo corpo tenero.
E tu sorridevi d’un sorriso senza pensieri.
E poi restammo lì a guardare un cielo che forse non c’era … mano nella mano.
Quanto tempo restammo così, a parlaci in silenzio vicini nel cielo ch’era tutto nostro?
Ti avvicinasti e poggiasti la testa sul mio petto; sentivo il battito del mio cuore attraverso il tuo; ti carezzavo il viso ed i capelli; sentivo il tuo seno caldo sul mio fianco; sentivo il tuo corpo fremere … e sentivo.
Sentii il tuo bacio improvviso, violento.
Sentii che mi rivoltavi, m’infilavi in te e il tuo abbraccio che pareva stritolarmi e la tua passione alla quale mi abbandonai.
Una furia da lontani millenni: mi mordevi ti mordevo; ti stringevo e mi stringevi come a volerci spremere l’essenza del nostro essere donna e uomo.
E sapevi d’amore e di desiderio represso, nascosto, liberato.
Il canto dei nostri corpi stretti avvinghiati, aggrappati l’uno all’altro. Lo sentiva il mio corpo lo sentiva il tuo corpo … due corpi senz’anima all’albore dell’uomo, una strepitosa sublime sofferenza, l’attesa. L’attesa infinita, infinita … infinita …
Sfiniti e felici; grondanti l’uno dell’altra; tu e la sabbia viva vera che s’attaccava alla schiena. Pieni e vuoti. Nei sussulti dei nostri corpi che pian piano si ritrovavano.
All’improvviso ti alzasti e corresti, corresti verso il mare, a mare; e corsi a mare da te; tra spruzzi e spinte e giochi d’acqua e di mani godemmo ancora dei nostri corpi sorridenti.
Tu.
E mi sembrò di vedere nel riflesso dei tuoi occhi l’uomo che ero stato; e mi sembrò di vedere coi miei occhi una donna felice.
Non ci eravamo detto una parola, pensai; e mi accorsi che sarebbe stata di troppo: due giovani nella notte lungo la spiaggia, nudi come cioccolatini senza carta – così pensai – cioccolatini senza carta.
C’era una barca ricoverata lì e bastò che ci guardassimo; rivoltammo e spingemmo, spingemmo finché non la mettemmo a mare.
Ci allontanammo un poco; e poi ancora un poco; ed ancora un poco finché non fummo io e te e il mare e il cielo.
Stesi sul fondo duro della barca c’immaginammo stelle tra le stelle, una stella doppia; l’onda calma del mare ci cullava come in una culla di bambino. Era come un sonno … un sogno … vero
Ti tirai vicina, più vicina ancora, ti sentii stupita e felice; e quando entrai in te dolcemente sentii il tenero abbraccio delle tue braccia; anche la bocca sapeva di dolcezza e tutto il corpo era tenerezza.
Lo sciabordio del mare sotto la barca sembrava cantarci canzoni d’amore … le vidi nei tuoi occhi lucenti, le sentii nelle tue parole mute: tu; ed io; tu ed io; cantava il mare, cantava.
E sentii sul viso una carezza di luce … e nelle orecchie lo sciabordio dell’acqua sotto la barca.

All rights reserved - © copyright text-Domenico Pagliara "Autore del Giorno -Anima di Vento 2017"
 immagine dal Web

sabato 22 aprile 2017

UN AMORE PROIBITO AL TEMPO DEL COLERA di Sergio Casagrande


Ci eravamo laureati in medicina cinque anni prima, poi lo avevo perso di vista. Lo avevo rivisto a Napoli, nel 1884, quando era scoppiato il colera. Era diventato assistente di un vecchio medico che prestava la sua opera nei conventi e congregazioni della città; poi, alla morte di questo, ne aveva presto il suo posto. Davide era una persona speciale, bello come un Apollo e di una sensibilità e gentilezza senza uguali. Mentre io ero rimasto scapolo, avevo avuto qualche avventura ma mai mi ero innamorato, il mio amico si era sposato con una certa Cristina, una ragazza dolcissima, dal cuore, e dai boccoli, d’oro, e gli occhi color del mare, che lo aspettava trepidante ogni giorno davanti alla finestra del loro nido. Non aveva che lui al mondo, lo aveva sposato contro la volontà dei suoi genitori; lui avrebbe voluto mandarla lontano da quei luoghi infetti, ma Cristina si era rifiutata di lasciarlo solo. In quei giorni Davide si stava occupando del convento delle monache di clausura. Mi disse di non temere il contagio perché si era messo sotto le ali rassicuranti della Madonna del Carmine, di cui portava appresso l’effige, mentre la moglie si era affidata a Santa Lucia, la protettrice degli occhi. Invidiavo la loro fede, la loro sicurezza nel divino. Perché Dio provocava tanta sofferenza, per poi dover essere pregato per debellarla? “Mi raccomando,” mi disse “se la Madonna decidesse altrimenti e dovesse succedermi qualcosa, portami subito al cimitero, non voglio che gli occhi che mi amano mi vedano in quelle condizioni. La morte per colera è così ripugnante! Io non temo la morte per me stesso, ma per mia moglie.” Lo rassicurai: La Madre di Dio lo avrebbe sicuramente protetto. Un giorno, mentre stavo osservando con cupidigia le gambe di Rosetta, che aveva sulle guance lo stesso colore delle pesche che sua madre vendeva al mercato, e mi era indifferente e quasi non udivo il lugubre rintocco delle campane, un ragazzo mi si avvicinò e mi porse un pezzetto di carta sul quale erano state scarabocchiate poche parole: “Venite”. Poco dopo mi fermavo davanti al cancello di ferro arrugginito del convento. Venne ad aprirmi una vecchia monaca, in parte rugginosa anche lei, che mi precedette attraverso il percorso del chiostro; agitava un campanello, che secondo le usanze avvertiva la presenza di un uomo e invitava le religiose di ritirarsi nelle loro celle. Camminammo per un lungo e oscuro corridoio deserto. Un’altra monaca alzò una lanterna davanti al mio viso e aprì una porta di una camera fiocamente illuminata. A terra, disteso sopra un materasso, giaceva il mio amico. Non lo riconobbi subito, un prete gli stava somministrando l’ultimo sacramento. Era già in stadium algidum, il corpo era freddo, il volto pallidissimo e sudato, ma dai suoi occhi, incavati nelle orbite, notai che era ancora cosciente. Lo guardai e un brivido mi scosse tutto il corpo. Non era Davide che vedevo, ma l’immonda morte. Il suo volto stravolto si contrasse in uno sforzo disperato per parlarmi. Dalle sue labbra tremanti uscì una specie di pigolio, ansimò, insistette con tutto se stesso: “Specchio”. Una monaca me lo pose e glielo tenni davanti ai suoi occhi semichiusi. Scosse la testa due tre volte, alzò la mano, indicandomi la strada che dovevo seguire. Furono i suoi ultimi segni di vita. La carretta per portare via le monache morte durante il giorno aspettava davanti al cancello e sapevo che toccava a me decidere se farlo portare via subito o aspettare il giorno seguente. Non dissi una parola e fu gettato assieme ad altre centinaia di cadaveri nella fossa comune del cimitero dei colerosi. Sostai davanti alla sua casa e vidi una bianca faccina di donna, una fanciulla, quasi. Era alla finestra. Quando mi vide barcollò: “Siete il medico forestiero, amico di Davide. Non è tornato. Sono stata alla finestra tutta la notte. Dove si trova? Portatemi da lui. Voglio vederlo!” La trattenni, le raccontai che il luogo era infetto e che doveva pensare al bimbo che portava in grembo. “Voglio andare da lui, subito” singhiozzò. “Aiutatemi, vi prego!” La trattenni ancora: “Non è possibile, non è più…” Si lanciò allora su di me come una belva ferita, tempestandomi di pugni: “Non avevate nessun diritto di farlo portar via finché non lo avessi visto!” gridò pazza di rabbia. “Era la luce dei miei occhi, ora la luce non la vedrò più. Siate maledetto! Santa Lucia accecatelo, come lui ha accecato me! Strappategli gli occhi, come vi sono stati strappati i vostri!” La mia bocca restò cucita, i miei occhi lacrimavano e parlavano per lei. “Colpisci, piccola, colpisci più forte,” pensai tra me “hai tutte le ragioni del mondo.”
La maledizione che mi era stata scagliata da quella fanciulla disperata non mi fece chiudere occhio per tutta la notte e rintronò contro di me. Ma il tempo della sofferenza e della pietà era solo all’inizio. Il padre confessore del convento in mattinata venne a trovarmi. Mi pregò di sostituire il defunto Davide. Quando entrai c’erano tre nuovi casi di colera. Le monache erano in stato di agitazione: alcune, colpite dal panico, correvano di qua e di là senza costrutto, altre, cantavano i salmi propiziatori nella Cappella. Le tre ammalate erano distese moribonde su materassi di paglia nelle loro rispettive celle. Una morì la notte stessa, le altre due al mattino. Mi fu affidata come aiutante una vecchia monaca di settant’anni, che però rese l’anima a Dio due giorni dopo. La sostituì una cinquantenne, che durò una settimana scarsa. Al mio fianco mi fu destinata una monaca giovanissima e incantevole dal volto angelico. Nonostante la drammatica situazione, il mio sangue giovane mi impedì di vedere in lei una sposa del Signore. Le feci alcune domande, quale era il suo nome, da dove proveniva, ma quella dolcissima creatura rispose solo a quelle pertinenti alla mansione affidatale. Quella sera la sognai. Sogno proibito, ma i sogni non conoscono regole. Era entrata nella mia stanza. Una mano venne a sfiorare i miei capelli. Balzai a ghermire quella mano delicata. La strinsi, la sentivo tra le mie calda e fremente, umile e inquieta, come una passera ghermita sull’uscio di una gabbia. Le sentivo quell’aspro odore di santità mischiato alla sanità incolta che le traspariva da tutti i pori del corpo, protetto solo dall’umile saio. L’alito caldo della sua bocca mi bruciava la palma, mi penetrava nelle vene, mi fluiva per il braccio a saturarmi tutto il mio essere come di un fuoco liquido. Poi, come una bolla di sapone, tutto svanì all’improvviso. Il colera invece, fatto reale, continuava a imperversare. Alla mattina chiesi un colloquio alla Badessa. Le dissi che tutto il convento era infetto, che le condizione sanitarie erano spaventose, che l’acqua nel pozzo era inquinata, che quel luogo doveva essere sgombrato al più presto o nessuna si sarebbe salvata. La vecchia Priora mi scrutò da cima a fondo con i suoi freddi occhi sporgenti e penetranti, severi come quelli di un giudice. Sarebbe stato difficile vedere nel suo sguardo, un barlume, seppur microscopico, di tenerezza e amore. Mi rispose che ciò era impossibile. Le regole dell’Ordine non lo consentivano. Nessuna monaca, una volta entrata nel convento, l’aveva mai lasciato da viva. Abbassai il capo e tornai sui miei passi. Non lasciai mai il convento per alcune indimenticabili settimane di terrore. Un pomeriggio mi ero preso un po’ di riposo ed ero seduto su una panca di marmo nel chiostro. Alla mie spalle qualche resto di statue antiche. Talvolta si materializzava per qualche minuto la mia giovane assistente. Diceva che era costretta a uscire per prendere una boccata d’aria fresca, altrimenti sarebbe svenuta per il fetore. Stavo per alzarmi, quando la vidi arrivare alle mie spalle con passo silenzioso, teneva in mano una tazza di tè. “Prendete” disse “vi farà bene”. Poi staccò da un cespuglio una rosa e me la porse. “Annusatela, riuscirà in parte a stemperare questo terribile odore”. Sorseggiai con voluta lentezza il liquido e a parer mio mi sembrava contenta che io ritardassi di consegnarle la tazza vuota. Le chiesi: “Sapete chi rappresenta questa piccola statua che sta alle mie spalle?” Mi guardò sorpresa e parve titubante: “Non saprei, penso a un piccolo angelo del Signore”. Sorrisi, m’incantava la sua dolce ingenuità. “No, non è un angelo del Signore. Questo Essere regnava sull’Olimpo già alcuni secoli fa e ora regna sul mondo! È Eros, il Dio immortale più grande di tutti: è il Dio dell’Amore!” Mentre pronunciavo queste sacrileghe parole, la campana della Cappella chiamava a raccolta le monache per le preghiere serali. Quella deliziosa creatura prese allora una seconda rosa rossa e me la donò insieme al suo primo soave sorriso, che appariva ora quello di una sirena. Cosa mi veniva in mente? Mi pareva che una domanda scintillasse nei suoi occhi: non mi sarebbe piaciuto di avere anche le sue labbra rosse? Che nuova paura mi faceva battere il cuore tanto tumultuosamente? La giovane monaca si fece il segno della Croce e abbandonò frettolosamente il giardino. Subito dopo una monaca arrivò davanti a me tutta trafelata per condurmi dalla Badessa: era svenuta nella Cappella; l’avevano appena portata nella sua cella. Quando entrai mi guardò con i suoi occhi agghiaccianti. Alzò la mano e le portarono il Crocifisso appeso alla parete. Poi ricevette l’Estrema Unzione. Rimase così per tutto il giorno con il Crocifisso sul petto, gli occhi chiusi e il Rosario nelle mani, mentre il suo corpo si raffreddava lentamente. Una volta mi parve di sentire il battito del cuore, poi non percepii più nulla. Osservai più volte quella severa e rigida faccia crudele: nemmeno la Morte, il Rosario e il Crocifisso erano riusciti ad addolcirla. Era un sollievo per me che i suoi occhi fossero chiusi per sempre: c’era qualcosa in essi che mi aveva spaventato a morte. Guardai la giovane monaca al mio fianco: “Non posso più restare qui,” le mormorai” questa notte non ho dormito e non sto troppo… bene…” Non ebbi il tempo di terminare la frase e lei non ebbe il tempo di tirarsi indietro, che le mie braccia l’avevano avvolta. Sentivo il battito tumultuoso del suo cuore come fosse stato il mio, forse era un unico cuore a battere. La baciai con impeto. “Pietà” sussurrò, indicandomi con lo sguardo il giaciglio. E fuggì dalla cella con un grido di terrore. Mi girai: gli occhi della Badessa erano ora spalancati e mi fissavano terrificanti e minacciosi. Mi chinai sopra di lei e mi parve di sentire un leggero fremito del cuore. Era morta o viva? Potevano vedere quei terribili occhi? Avevano visto? Non osavo guardarli, tirai il lenzuolo sopra il suo viso e corsi fuori cella e dal convento. Per non tornarci mai più.
 
All rights reserved - © copyright text Sergio Casagrande immagine dal Web
-"Autore del Giorno" di Anima di Vento- aprile 2017