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Calliope

Calliope
Inno all'arte che nel nostro sangue scorre.

giovedì 10 gennaio 2019

-Rebecca, la fatina dei ghiacci- di Annalisa Tacoli

La fata Rebecca abitava sulle montagne, molto in alto, fra ripide pareti di roccia: viveva in una grotta che era stata scavata nella pietra da antichi ghiacciai.
La sua grotta era molto ben arredata: aveva un letto di ghiaccio, un tavolo di ghiaccio, delle sedie tutte di ghiaccio... Nella sua casa tutto brillava come uno specchio perché il suo mobilio era scolpito nel ghiaccio!
Lei viveva lassù ed era molto felice perché amava i ghiacci. Era una fata speciale.
Ci sono fate dei boschi, fate dei laghi, fate dei fiumi... lei era una fata dei ghiacci.
Era bella, bionda con gli occhi azzurri e, come molte fate, amava e difendeva la natura. Ma a lei era stato assegnato un compito veramente difficile, doveva proteggere i ghiacciai.
I ghiacciai, a causa delle variazioni del clima terrestre, si stavano sciogliendo per il troppo caldo e lei, con tutte le sue forze e le sue magie, doveva cercare di rallentare questo processo drammatico e ormai irreversibile.
Chiamava i venti del nord perché raffreddassero l'aria, chiamava le tempeste di neve perché aumentassero lo strato nevoso ma, niente da fare, il ghiaccio continuava a sciogliersi e i ghiacciai diventavano sempre più magri e sottili.
Anche il suo amico orso bianco era preoccupatissimo, ormai non poteva più giocare sul ghiaccio, al posto delle lastre bianche e gelate che amava tanto, adesso c'era solo una slavina di sassi grigi e scivolosi.
Persino le renne che la accompagnavano nei viaggi per il regno del nord non riuscivano più a tirare la sua bella slitta dorata, il ghiaccio si scioglieva e i loro zoccoli si impantanavano nel fango gelato.
La fatina dei ghiacci non sapeva più che fare, i suoi poteri non erano sufficienti a risolvere il problema, doveva almeno cercare di limitarne i danni...
Pensò allora di tentare il tutto per tutto: rivolgersi al mago più potente ma ahimè anche più cattivo di tutto l'universo, il tremendo Diabolicus!
Lui con un solo gesto aveva il potere di congelare il mondo intero, e certo non aspettava altro! 
Ma era necessario che non esagerasse e poi non doveva assolutamente sospettare che fosse un’opera a fin di bene... per la salvaguardia dei ghiacciai!
Se no, non avrebbe mai preso l’impegno!
Fatte le dovute considerazioni, la fata dei ghiacci decise comunque di tentare l’impresa.
Chiamò le sue fidate renne e, nonostante le incognite del viaggio, si mise in cammino. Si trattava di raggiungere gli estremi limiti del mondo conosciuto...
Viaggiarono giorni e giorni, sempre sotto quel sole che minacciava pericolosamente i ghiacci, finché raggiunsero il regno delle nevi perenni. 
Anche questo era ormai ridotto ad un piccolo spazio ma era ancora l’unico angolo di mondo che il sole non potesse raggiungere. Là abitava Dabolicus.
La sua dimora era una specie di bunker freddo e isolato dal mondo. 
Erano anni che lui non metteva il naso fuori di casa così, quando vide arrivare degli estranei, ne fu molto seccato. 
"Cosa venivano a fare nel suo regno quegli scocciatori?! Quegli ospiti che nessuno aveva invitato?"
Poi però, quando vide la fata Rebecca, si calmò un poco: Rebecca era la sua nipotina preferita e, per quanto lui fosse scontroso e malefico, per lei aveva una certa simpatia....
Nonostante ciò, uscì di casa urlando con una voce che sembrava il rotolare di una valanga, con tanto di scricchiolii e gemiti orribili: "Che cosa voleeeeete? Che coooosa siete venuti a faaaare qui nel mio regnooooo!?!"
Rebecca che conosceva bene quel suo caratteraccio, cercò di blandirlo....
"Tu sei fortissimo, sei il più potente dei maghi, puoi fare tutto quello che vuoi... se vuoi... Io sono qui per chiederti di aiutarmi..." 
E gli spiegò il suo piano.
Insomma finì per convincerlo e, a dire il vero, anche abbastanza facilmente, a... raffreddare, con i suoi diabolici poteri, tutti i ghiacciai del pianeta! 
Diabolicus, nel suo laboratorio sotterraneo, conservava, in certe strane bottiglie, tutte le più tremende intemperie, già belle e pronte per essere stappate: tempeste, tornado, tifoni, cicloni, trombe d'aria, tsunami... aveva di tutto, proprio di tutto ma ahimè, non se ne era accorto, aveva finito la neve! 
Non ne restava neanche un fiocchetto! Guardò dappertutto, niente! Niente neve! Tempeste di neve, bufere, tormente... cristalli di ghiaccio?
Aveva finito tutto, anche i ghiaccioli: con il caldo della scorsa estate, anche lui aveva dovuto tenere in fresco il suo piccolo regno...!
Folle di rabbia lanciò i più violenti tornado, tempeste tropicali, venti impetuosi, piogge battenti, persino degli tsunami veramente disastrosi...
Le città più importanti emisero allerte gialle, arancioni, perfino rosse...
Per giorni e giorni venti e piogge infuriarono sul pianeta ma poi ritornò il sole... e i ghiacciai ricominciarono a sciogliersi.
Niente neve, niente ghiaccio, i ghiacciai erano sempre più in pericolo...!
Neppure il tremendo Diabolicus era riuscito a raffreddare il pianeta! 
I bei ghiacciai delle montagne erano ormai condannati a sciogliersi pian piano, inesorabilmente!
Fata Rebecca, triste e delusa, tornò alla sua casa di ghiaccio: le sedie, il tavolo, il letto... tutto cominciava già a sgocciolare. Dai suoi occhi azzurri scese una grossa lacrima... Una volta si sarebbe ghiacciata subito facendole brillare lo sguardo... ma ormai anche le sue lacrime si scioglievano al sole!!!

@Annalisa Tacoli Autrice della Settimana gennaio 2019 Anima di Vento
Imm. dal web


- Abbandono - di Enzo di Giovanni

Spunti come il sole al mattino
mi proietti la tua luce il divino
l'essenza del cosmo e dei pianeti
la pace l'abbandono e giorni quieti.

Torno a respirar col tuo respiro
s'intrecciano le vene intanto miro
il vento che accarezza stanche foglie
riesplodono i vulcani e pur le voglie.

Come edera vorrei stringerti forte
per sconfiggere i mali e pur la morte
non tremare durante i lunghi inverni
non temere i vuoti e spazi eterni.

Poi... quando il sole è già in alto
bruciarmi all'inferno del tuo caldo
prenderti ubriacarmi e fare un salto
come mille bollicin di birra al malto.

Assaporare il dolce amaro del tuo brio
trascinarmi sulle rive dell'oblio
sconfinare oltre l'infinito tra le stelle
mentre accarezzo e bacio la tua pelle.

Sconvolgere l'equilibrio dell'universo
con la musica nuova che dono al verso
sprofondare nuovamente negli abissi
per poi dire anche io c'ero e tanto vissi.

@Enzo di Giovanni Autore della Settimana gennaio 2019 Anima di Vento
Imm. dal web



- Anime distanti - di Claudio Donati


Esistono anime create per non incontrarsi mai. Anime che si cercheranno all'infinito, per tutta la 
vita, senza incrociare le loro strade, perché cammineranno sempre l'una un passo davanti l'altra. Anime che si troveranno solo nei loro sogni più belli, dove potranno toccarsi appena con le carezze impalpabili di un illusione d'amore che svanirà alle prime luci del sole. Anime che navigheranno attraverso mari e oceani diversi e che non intersecheranno mai le loro rotte, anche se il vento porterà ad ognuno la voce dell'altro, senza far si che le loro braccia possano congiungersi. Anime che guarderanno il cielo nello stesso istante, ma mai sapranno che la luna si starà prendendo cura dei loro sguardi contemporaneamente. Anime che vagheranno insonni ed eteree, inseguendosi a perdifiato lungo le strade di una notte buia che non porterà mai al giorno. Anime che si arrampicheranno disperatamente sulla superficie scivolosa di un vetro, dietro il quale potranno perdersi l'uno negli occhi dell'altra, ma senza potersi toccare. Anime composte da tanti piccoli pezzi, i cui frammenti non combaceranno mai gli uni con gli altri, anche se solo l'unione delle loro due diverse solitudini potrebbe farle sentire, finalmente, complete. Anime che se per un errore del fato, dovessero miracolosamente scontrarsi, sarà troppo tardi per tentare ogni avvicinamento, perché la sorte avrà ormai compiuto i suoi giochi ed esse continueranno a destreggiarsi nell'illusione di ciò che sarebbe stato.

@Claudio Donati Autore della Settimana gennaio 2019 Anima di Vento


lunedì 31 dicembre 2018

-Il tuo amore- di Aneta Timplaru

Il tuo amore l'ho scritto su una stella
e ogni notte lo guardo,
quando sono nuvole, io sono la pioggia sulle foglie
e nel verde dell'aqua ti ritrovo.
Il tuo amore l'ho scritto sugli alberi
con il loro muschio ti ho coperto,
se le piogge e il vento ti hanno colpito
tu, nei rami verdi, ti sei rinato.
Il tuo amore l'ho scritto sulle acque,
in occhi di onde si gira nel cerchio,
da altre sfere, palle d'oro
abbracciati, ti specchio!
@Aneta Timplaru Autrice della Settimana dic. 2018 Anima di Vento
Imm. Archivio fotografico@AmVezio 2011

JONNY di Sergio Casagrande

Era già trascorso più di un anno da quando mi ero laureato in veterinaria e non avevo ancora deciso che strada intraprendere. Il mio amico Giorgio mi avrebbe voluto come socio nel suo studio bene avviato, proprio in centro del paese, ma io avevo rifiutato l’allettante offerta: curare o aiutare a morire gatti, cani, criceti, canarini o prevenirne le malattie infettive, non faceva al mio caso. Mio padre mi aveva suggerito di prepararmi per concorrere come veterinario alla ASL provinciale, ma solo il pensiero di ingravidare artificialmente vacche e cavalle o aiutarle a partorire mi faceva venire l’orticaria. In realtà non sapevo nemmeno io cosa mi sarebbe piaciuto fare. Amavo svisceratamente tutti gli animali e li avrei voluti tutti liberi nel loro habitat naturale, accoppiarsi liberamente, gli uccelli cantare, i maiali scorrazzare nei boschi, gli scoiattoli saltare senza alcun pericolo da un ramo all’altro. Seppure venticinquenne leggevo ancora i fumetti. Quanto mi piacevano Tex Willer, il grande Blek, capitan Miki e...Cip e Ciop. Ero anche un vegetariano sognatore. Avevo incontrato Giulia, una dolce ragazza dagli occhi verdi, ma appena con il suo visetto candido e la sua boccuccia di rosa mi annunciò che suo padre era un raccapricciante macellaio che si nutriva quasi esclusivamente di bistecche e salsicce, decisi di troncare l’amicizia. Temevo una contaminazione. Povera piccola, che colpa aveva lei? Quante volte poi l’avevo sognata, ma era stato più forte di me. 
Fu un puro caso che un giorno un mio conoscente di nome Gino mi invitò a visitare lo zoo di un luogo di villeggiatura, dove ero andato a trascorrere una settimana di vacanza. Dapprima avevo rifiutato, contrario come ero e sono ad accettare lo stato di prigionia degli animali, ma Gino mi aveva assillato a tal punto che fui costretto, dopo essermi accertato che di mestiere non facesse il beccaio, ad accontentarlo. Entrammo a passo veloce, forse troppo, perché inciampai e andai a sbattere violentemente la testa contro uno dei pali che sosteneva una tettoia. Un bernoccolo si materializzò quasi subito, ma nonostante il dolore decisi di proseguire il cammino. La mia testa da legionario non aveva subito traumi di rilevo, non solo, ma fu in quella occasione che comparve e si sprigionò, quasi fosse stato un prodigio, un potente fluido dalla mia mano destra. Me ne accorsi quando, avvicinatomi alla gabbia dei leoni, tesi incautamente la mano a uno di essi che, a un passo dalle sbarre, ruggiva minaccioso. Fu un attimo: gli occhi si addolcirono, assunse la posa di un gattone innamorato e prese a scodinzolare con tale garbo da farmi passare il dolore alla testa. Mi aspettavo che avesse miagolato, e forse mi avrebbe accontentato anche, se solo avesse saputo come fare. Mi allontanai, non prima di averlo salutato affabilmente, e mi avvicinai piano piano alla gabbia della tigre dell’Amur. La belva mi guardò con occhi feroci, ma appena mi avvicinai, la potenza della mia mano destra, che nel frattempo avevo steso, la bloccò. Ora sembrava sorridermi, mentre i suoi baffoni andavano su e giù ritmicamente. Gino, che aveva intuito le mie intenzioni, cercò di sospingermi lontano da quella splendida fiera, ma io non intesi ragione, e impavido, introdussi la mia mano tra le sbarre della gabbia alla Ménagerie Pezon. In men che non si dica, anche questo animale ricalcò l’atteggiamento del leone: si rotolò a terra sulla schiena facendomi amabilmente le fusa; con la mia mano fra le zampe, sbadigliò felice con la bocca spalancata. Ritirai la mano dopo averle accarezzato la testa e, preso da una esaltante euforia senza precedenti, volli visitare la fossa dell’orso bianco. Il grande plantigrado, appena mi fui disteso ed ebbi allungato la mano verso di lui, dapprima sembrò ignorarmi, poi improvvisamente, come folgorato dal brillio di una stella, cercò di inerpicarsi sulla parete della prigione. Stando ritto sulle zampe posteriori, riuscì a mettere il suo naso sulla mia mano che stringeva un pesce, datomi dal custode. Lo afferrò con sì tanta maniera gentile che lo stesso guardiano rimase esterrefatto: mi disse che non lo aveva fatto con nessuno prima di allora. Senza alcun dubbio l’orso riconosceva in me un suo patriota e aveva voluto dimostrarmelo. Non era certamente il pesce a interessarlo, poiché subito dopo, che non avevo niente da offrirgli, si era posto nella medesima posizione per tutto il tempo che ero rimasto lì; mi scrutava costantemente con i suoi occhi lucidi e al tempo stesso vezzosi del buon chierichetto di un tempo. Brillavano quegli occhi neri sotto le ciglia bianche, mentre a intervalli regolari mi annusava la mano. Lo chiamavo nel mio fluente inglese con accento polare: «Ivan,» era quello il suo nome «come stai vecchia pellaccia? Stai soffrendo il caldo?» Sono sicuro che capiva ogni mia parola, anche perché, quando con voce sommessa, gli raccontai che da ragazzo avevo visto due suoi parenti che nuotavano vicino a iceberg galleggianti, abbassò sommessamente le ciglia e l’espressione del suo muso si fece triste. A un certo punto il custode mi chiese che mestiere facessi, «Niente,» risposi «amo però gli animali. Sono certo che chi si dimostra crudele con loro non può essere un uomo buono.» Il guardiano sorrise: «Lo sto constatando» ammise. «Forse potrebbe aiutarmi a risolvere un problema. Venite con me.» Ci incamminammo tutti e tre in direzione della gabbia del lupo. Quando io e il custode entrammo nel recinto, l’animale era accovacciato, indifferente al rumore che proveniva dalla porta, i cui cardini erano arrugginiti. «Sta male,» mi sussurrò l’uomo «una scheggia di legno gli si è conficcata in una zampa, provocandogli un ascesso. Ora zoppica vistosamente da più di una settimana. Il dolore deve essere terribile e senza requie se non ci degna neppure di uno sguardo. Il suo cuore debole non ci ha permesso di procedere con una anestesia.» Lo guardai: la povera bestia gemeva a tal punto da sembrare un bambino indifeso, piuttosto che il terribile lupo delle fiabe raccontato dalla mia nonna nella mia infanzia. Mi avvicinai, e piano piano gli tesi la mia mano. Fu allora che si volse e mi guardò con i suoi occhi rossi. Senza indugio gli strizzai il pus dalla sua zampa. Solo quando disinfettai la piaga diventò impaziente, ma non vi era collera nel tono sommesso del suo ruglio, soltanto disillusione perché non gli avevo permesso di leccarsi la ferita con la sua affilata lingua. Dopo un lungo giro durante il quale sperimentai ancora la potenza della mia mano, nel momento che stavo per uscire, vidi un ometto che mi veniva incontro tutto trafelato e che mi faceva ampi segni con le braccia. Era il direttore dello zoo. «Signore,» esordì «il custode mi ha raccontato tutto! Posso chiederle qual è la sua professione?» Nel frattempo mi si era avvicinato e ora mi stava squadrando da testa ai piedi. «Nessun problema,» sorrisi «al momento sono disoccupato e non ho ancora deciso cosa farò da grande! Ho però conseguito una laurea in veterinaria.» Ora l’ometto era difronte a me; scrollò la testa. «Oh, no, lei ha perso per strada la sua laurea, lei è un domatore di animali!» Poi, tossicchiando e mettendo in risalto un sorriso supplichevole, continuò: «Vede, sto trattenendo il veterinario dello zoo oltre il lecito. Ha maturato da tempo gli anni per andare in pensione. Sarebbe disponibile a prendere il suo posto?» La proposta mi piovve improvvisa e lì per lì non seppi cosa rispondere. Riflettei. «Mi dia due giorni di tempo per pensare.» Il terzo giorno presi regolarmente servizio come veterinario dello zoo.
I primi giorni furono difficili: gli animali erano numerosi e parecchi ammalati e bisognosi di cure. Poi, col tempo mi adattai all’ambiente, le cose cambiarono, presi confidenza con tutti, animali e addetti, persino con le due giraffe, le quali a causa del loro lungo collo, avevano faticato a captare il fluido della mia mano. Stranamente, solo i rettili non apprezzarono la mia forza magnetica e fu un vero miracolo quando un presentimento mi indusse a ritrarre la mano, un attimo prima che il cobra reale scattasse fulmineo.
Tra tutti però, chi mi stava a cuore più fu Jonny, lo scimpanzé triste. Andavo a trovarlo ogni giorno, a volte rimanevo in sua compagnia anche un’ora. Era l’unico della sua tribù a essere stato fatto prigioniero nel suo paese dal clima caldo senza inverni, e portato anestetizzato nel mio paese dalle notti gelide. Appena entravo nella sua gabbia mi correva incontro e metteva confidenzialmente la sua mano callosa nella mia. Gli piaceva che lo accarezzassi gentilmente sulla schiena, sarebbe rimasto completamente immobile per dei minuti stringendo la mia mano in religioso silenzio. A volte osservava il mio palmo con grande attenzione come se conoscesse qualche cosa della chiromanzia, piegando le mie dita una dopo l’altra quasi per vedere come funzionavano le giunture. Lasciava poi cadere la mia mano e guardava con la stessa attenzione la sua, come per dire che non vedeva nessuna grande differenza tra le due, e in questo aveva ragione. La maggior parte del tempo rimaneva fermo maneggiando una cannuccia nell’angolo della gabbia dove i visitatori non potevano scorgerlo; raramente si faceva cullare dall’altalena messa a sua disposizione nell’ingenua speranza che la scambiasse per un ramo dondolante di sicomoro, su cui faceva la siesta al tempo della sua libertà. Dormiva sopra un basso divano sgangherato, fatto di bambù, ma si alzava sempre presto e non lo vidi mai a letto dopo l’alba. Il guardiano lo aveva abituato a prendere il pasto di mezzogiorno seduto davanti a una tavola, con un tovagliolo legato attorno al collo e a usare coltello e forchetta di legno duro, ma non li adoperava mai, preferendo invece portare alla bocca il cibo con le mani come facevano i nostri antenati sino a qualche centinaio di anni fa. Beveva di gusto il latte della sua tazza e anche il caffè mattutino con tre cucchiaini di zucchero. Si soffiava il naso con le dita, ma educatamente, senza spargere il muco. Povero il mio Jonny! Avevamo preso l’abitudine di fare una passeggiata una volta alla settimana fino al laghetto dei pesci rossi: lì ci sedevamo davanti a un tavolino, ordinavo al cameriere del vicino bar un yogurt alla banana per lui e un chinotto per me. Poi con una cannuccia sorseggiava dalla mia tazza un caffè corretto grappa. A volte gli permettevo di salire sopra la grande quercia dinanzi a noi: si arrampicava in un battibaleno e faceva dei gestacci ai visitatori che lo osservavano divertiti. Un fanciullo era per me, allegro, curioso, birichino. La nostra amicizia durò sino alla fine. Cominciò a non star più bene verso Natale, il suo colorito diventò grigio cenere, le guance incavate e gli occhi infossati sempre più profondamente nelle orbite. Sotto la pelle la sua vita non pulsava più correttamente, era come respinta ai margini del corpo. La morte iniziava a mostrare il suo volto, si faceva strada lentamente e dominava già gli occhi. Divenne inquieto ed afflitto, dimagrì rapidamente, e ben presto si manifestò una secca sinistra tosse. Gli misurai la temperatura diverse volte ma dovevo stare attento perché come i bambini spezzava facilmente il termometro per vedere cosa si muoveva dentro. Un giorno, mentre stava sulle mie ginocchia tenendomi la mano, ebbe un violento attacco di tosse, che gli procurò una leggera emorragia polmonare. La vista del sangue lo atterrì, come capita sovente alle persone. Giorno dopo giorno perdette l’appetito e soltanto con grande difficoltà riuscivo a persuaderlo a mangiare una mezza banana o un fico secco. Una mattina lo trovai sdraiato sul letto con la coperta di lana tirata sopra la testa. Era con me la figlia del direttore, che avevo iniziato a frequentare e che sarebbe diventata mia moglie. Dovette averci sentiti arrivare, perché stese la mano di sotto la coperta e prese la mia. Non ebbi cuore a disturbarlo e rimasi seduto a lungo con la sua mano nella mia, ascoltando la sua respirazione che diventava sempre più irregolare. Un rantolo gli gorgogliava in gola. Ogni suo respiro mi strappava il cuore. A un tratto un acuto attacco di tosse scosse tutto il suo corpo. Il mio amico Jonny aveva i minuti dalla sua parte, aveva una lancia invisibile con la quale colpiva il mio tempo e il mio pensiero. Riflettevo sull’anima. I nostri antenati greci la escludevano negli schiavi, nell’Alto Medioevo la negavano alle donne: ma in quale tempo era balzata dentro l’uomo? E quando l’uomo era stato definito tale e si era differenziato dal mondo animale? Come aveva potuto l’uomo arrogarsi il diritto di decidere, su quali basi e su quali interessi? Jonny si sedette a fatica e portò le mani alle tempie con un gesto di disperazione. In quel momento aveva abbandonato l’espressione dell’animale ed era diventato semplicemente una creatura che moriva. Si era talmente avvicinato a me, che si era privato del solo privilegio concesso dall’Onnipotente alle bestie, come compenso alle sofferenze inflitte loro dall’uomo: quello di una facile morte. La sua agonia fu terribile, se ne andò molto lentamente, ma un attimo prima che l’Ombra nera lo cogliesse, mi parve che, gli occhi lucidi e velati, avesse sorriso a me e alla mia compagna, come un augurio di felicità e di libertà che a lui non erano state concesse. La forte stretta della sua mano, che poi piano piano abbandonò la mia, ne consacrò il suggello finale.

@Sergio Casagrande
Autore della Settimana dic. 2018 Anima di Vento


-Gatto- di Antonia Anna Pinna


Come un vecchio gatto
mollemente disteso
cerco di dimenticare il mio peso.
Osservo indifferente e divertito
ciò che si muove intorno a me
e tento di modificarlo
per provocare una reazione
che mi scuota e disorienti l’avversario:
un cane, una formica un passerotto.
Mi trastullo tra pigrizia
e attacco micidiale
come la sorte in attesa
che porti un bene e un male.

@Antonia Anna Pinna Autrice della Settimana 
dic. 2018 Anima di Vento 
Imm. dal web

-L'ultimo raggio di sole- di Silvana La Perna

Fugare ogni dubbio,
soffiarci sopra per spazzarli via...
pensavi di conoscere la vita che da bambina t'illuse,
avevi sogni gonfi di spensierate emozioni,
eri vento, eri brina,
eri pioggia lieve,
eri foglia a cui bastava
una goccia di rugiada!
Era pura illusione,
parvenza di silenzio,
pura illusione di felicità,
urlano i cieli perché tutto vedono,
sembrano lividi le strisce rosse che invadono l'azzurro...
sono i graffi del crepuscolo
che s'arrampica
per raggiungere il suo monte lontano,
darà spazio alla sera che con la fatica della consuetudine
si accinge ad oscurare il mondo!
Lascerà
i suoi colori dorati e i rossi bagliori...
con la mano catturerai
l'ultimo raggio di sole.
@Silvana La Perna Autrice della Settimana dic. 2018 Anima di Vento
Imm. dal web