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Calliope

Calliope
Inno all'arte che nel nostro sangue scorre.

sabato 31 ottobre 2015

"Marika delle scotte" Premio Ecumenical World Pathriarcate

Nel lettino bianco,                                                                
due occhi sporgenti 
e confusi 
strizzano il giorno 
fra le palpebre cadenti 
Le mani protese, 
si chiudono a pugno 
sulle perle medicanti 
e lievi si innalzano 
seguendo l’onda del capo 
Le perle rotolano 
nella gola bagnata 
dall’acqua amara 
di gocce calmanti 
Risatine seguono 
ad urla arrabbiate 
e poi ritornano e colorano 
la tua voce bambina 
incastrata 
in un corpo di adulto 
che niente domanda 
ma ti comanda 
Comanda alle “voci” 
di dirti cose 
che ti fanno impazzire 
oppure gioire 
Vorrei, 
accostarmi al tuo orecchio 
e anch’io sentire 
quel che hanno da dire 
e rispondere male, cattiva, arrabbiata 
quando i tuoi occhi 
di paura si bagnano 
e le tue mani come ali tremano 
Ti guardo. 
Dai piedi del letto 
ti mando un sorriso 
e ti regalo 
parole cantate 
per farti sentire una voce 
più umana e più calda 
che come musica scende 
sul pensiero tuo addormentato 
e lo vedo accendersi 
e colorarsi di vita 
Se solo la voce, la mia 
avesse davvero la musica 
potente più delle “voci” 
per darti il risveglio,
canterei parole bellissime 
In braccio 
come una bimba ti prenderei 
allontanandoti 
da quel bianco lettino 
e per mano ti trascinerei 
in una danza gioiosa 
in un rito leggiadro
di inno alla vita, 
ti slegherei. 


D.L. 22/4/41 n. 633 (D.L 22/5/2004 n.128) su testo e immagine
dedicata Marika ricoverata a Siena, ospedale "le Scotte"
immagine: angelo su pietra, pittura a olio di Annamaria Vezio








lunedì 19 ottobre 2015

Rispetto

Quell'attimo fuggente, in cui nello specchio scorgi che tu sei Tu, non lasciarlo nell'angolo morto, portalo in vita, hai visto il Rispetto di te. Non puoi averne per l'altro se non consideri il tuo.


venerdì 16 ottobre 2015

Le sagge strofe di Rosellina Carone


Le dita della stessa mano
un bel giorno
e questo vi parrà strano,
iniziarono a litigare
le dita della mano.
Urlavano, strepitavano
e s'ingiuriavano a tal punto
che il dorso sbalordito,
rimase ammutolito.
Ma il palmo che di tale rissa
ne subiva assai l'offesa
a suon di incisive unghiate,
intervenne con sever cipiglio
_Smettetela d'azzuffarvi
sulla scelta del migliore!
E tu pollice così grande e grosso
invece di vigilare attento,
nell'ozio ti rigiri su te stesso
e ignori chi all'estremo opposto
grazie all'esser mignolino
s'infila dappertutto!
Ognuno di voi si compiace di se stesso
chi per l'oro che lo cinge stretto,
chi indicando all'uopo
e con una certa soddisfazione,
sempre la stessa direzione!
Or dunque son convinto
che per quanto se ne dica,
pur figlie della stessa mano
non siete affatto uguali
e in quanto all'esser legate e unite
è solo grazie a quel gran polso
che con salda decisione
v'indirizza, segue e guida.
rosellinacarone@
foto di Rosellina Carone.

Gratuità

 L'amore è eternamente gratuito, non si cerca non si mendica non si merita: si ha e lo si da, si riceve e lo si dona, si scambia. E' la sua prerogativa.


Fiducia olio su tela 80 x 70 anno 2006
D.L. 22/4/41 n. 633 (D.L 22/5/2004 n.128) su testo e immagine

 Distruggere è facilissimo, costruire è sacrificio.

... "ciò che desidero per me, ciò che desidero per te"...


 
E arriva un momento in cui tutti i rospi ingoiati e i graffi sull'anima e le ossa scheggiate, vengono lambiti dalla gioia che rafforza la Passione di vivere. Quanti scuri figuri hanno tentato di annebbiare ogni scoperta di bellezza nuova, ogni demone annientato, ogni gradino di infinito conquistato; sempre il Creato rende quel che consapevolmente o inconsapevolmente, da noi si effonde. "Attento a ciò che desideri perché lo avrai", quale più sana verità, ma bisogna saper leggere fra le righe della citazione, poiché il "ciò che desideri" è versatile: "ciò che desidero per me, ciò che desidero per te", è ciò che avrò.
Rospi, graffi, ossa, tutto un bel paniere in cui abbiamo messo, al loro posto, la continua ricerca e pulizia del sé, per il bene proprio e di ogni altra anima. Rospi e graffi e ossa, cancellati dalla conquista continua di parvenze di luce, che a ogni attimo palesano la luce, fino a riuscire a vedere Oltre, e amare ogni scheggia di dolore passato e a venire, che si fa messaggero di quel che sì è, ora: gioia di vivere.

Gratificazione e grande gioia: "Ali di cielo"
Gratificazione e grande gioia: "Attestato di Benemerito della Cultura"
                                      dunque:
ciò che la vita mi ha reso in questo attimo, è qualcosa  che "ho voluto" e se è cosa buona, perché gioia, ho voluto il bene, per me e per ogni anima, ché non torna ciò che si desidera egoisticamente...

Notte

Non ti spaventi la notte, è il buio la sua carezza, fratello della Luce.

sabato 10 ottobre 2015

Pensiero sui buchi dell'anima.

Tra un buchetto e l'altro del lenzuolo che è l'Anima, passano moltissimi fasci di luce, tiepida, timida, colorata. Ad avere un'anima bucherellata, dunque, si vede la luce. L'Anima coi buchi, penso sia la struttura delle persone con forte sensibilità. Siamo tempestati da bellissimi concetti e altrettanto belle espressioni, si parla di Amore, Amicizia, Rispetto, Condivisione, Comunione; eppure restano solo concetti e parole, pochi ne conoscono la valenza. Quelli dal lenzuolo bucherellato, quelli con l'Anima a colabrodo, a causa di tali concetti e parole, cadono e si fanno male, curano le proprie ferite con le lacrime in gola per il dolore, ogni lacrima è sangue che brucia il lenzuolo. Ma non soffrono di oscurità, mai. Perché conoscono la causa dei buchi, perché riconoscono il calore e il colore di quel sangue, imparano a rimanere nel silenzio, in penombra, per non strappare il lenzuolo. E' nel silenzio che le nuove ferite imparano a cicatrizzarsi, la penombra ad equilibrarsi. E' in quel silenzio che da ogni buco filtra la luce, quella luce è l'Amico. Grazie a Voi Amici che avete oltrepassato i buchi del mio lenzuolo con la Vostra Luce, la mia Anima Vi sorride, io Vi sorrido di profonda e calda gratitudine. L'Amore è circolo. Con Amore.
Vs Annamaria alias Elfa Tata

venerdì 9 ottobre 2015

Il pensiero, ci appartiene?

Il pensiero non è che una voluta del Tempo che passa su tutti noi, beffandosi gloriosamente del singolo. Non mi appartiene e non vi appartiene. "Rubarlo" non vi farà mai diventare l'altro. E nemmeno voi stessi. Il pensiero bisogna lo partoriate voi mentre è Egli gravido. Eppure neanche questo vi farà "proprietari", il pensiero è Vita: la vita è di tutti.

LE DUE SANTE di SERGIO CASAGRANDE

" Le vie del Signore sono infinite"
Chiara e l’angela custode, che l’aveva accompagnata nel mondo dei più, stavano sedute in riva a un ruscello, i piedi nudi a contatto di sorella Acqua, alle spalle di fratello Sole. Una stella strana, con i colori dell’arcobaleno, che non era di certo quella che alimentava con il suo calore e la sua luce sorella Terra, ma che loro, nonostante ciò, si ostinavano a identificarlo come il fratello lucente di Francesco.
- Come mai ritarda tanto?- si chiese sottovoce la Pianticella del Poverello. “ Che si sia intrattenuto con un’anima più giovane e attraente di me? ” pensò con una punta di gelosia.
- Francesco, da uomo era un distrattone, lo sai bene, e certe abitudini sono difficili da perdere, tenendo in conto che non sono per niente malevoli. Anzi, la distrazione, lo sai bene, Quassù non è considerata una negligenza, ma una virtù. Ora devo andare Chiara, mi stanno aspettando; ti lascio però in buona compagnia,- le sussurrò stampandole un lieve bacio sulla fronte - vedo arrivare un’anima da poco giunta dalla Terra. Potrai chiedere a lei se per caso ha incontrato il tuo Francesco. Ci vediamo.
- A presto mia cara, una bella luce per te.
- Buona Luce, - esordì la nuova arrivata - io mi chiamo Santa, con chi ho il piacere di parlare? Non mi sembri un volto del tutto sconosciuto. Dove ti avrò vista?
- Buona Luce a te, sorella. Io sono Chiara, la pianticella di Francesco, il Santo di Assisi.
- Ma allora tu sei Chiara, la Santa Vergine! Una Santa vera! Venendo qui ho intravisto un uomo dai piedi scalzi, coperto di un logoro saio e con la luce negli occhi che stava discutendo animosamente con un lupo. Vuoi vedere che… io…- e qui l’Anima dapprima s’interruppe, arrossendo violentemente, e poi, riprendendosi appena, balbettò : - io so - sono Sa - santa solo di nome, su - sulla Terra ero conosciuta come Santina la Ba-ba-battona. - Balbettò quest’ultima parola con un forte sospiro, come per liberarsi da un peso.
Santa, detta Santina perché anche i suoi frequentatori avevano un certo riguardo di pronunciare la parola “ santa ”, non era più una fanciulla in fiore, la sua personcina si era in parte lievemente impinguata, ma a dispetto di ciò, per la gioia degli innumerevoli clienti, serbava la grazia di una bambolina di biscuit: la sua cuffietta leggera di capelli biondi come il bronzo scolorito le si posava intorno al viso tondo e roseo come una meletta di Bressanone, mentre i suoi occhi chiari non s’erano per niente contaminati e mantenevano una bella dolcezza come la fedeltà. La custode di Chiara aveva fiutato la verità: Francesco si era dimenticato dell’appuntamento, e si era appisolato sotto l’ombra di un ulivo; lo aveva raggiunto fratello Lupo e si erano addentrati in una scivolosa diatriba. Fratello Lupo non aveva mai smesso, seppur bonariamente, di sfottere il Poverello di Assisi:
- Hai visto che avevo ragione io? Sarai pure un santo di prima grandezza, ma di certo un santo imbranato. Ti sembra giusto che un lupo debba insegnare certe cose a un uomo? Sacrificio? Digiuno? Castità? Il Creatore ci ha forse impedito di amare? Se non mi rimpinzavo a dovere come avrei potuto reggere lo sforzo, soddisfacendo me stesso, e accontentare tutte le mie lupacchiotte? I tuoi capi si sono forse astenuti? E quanti massacri hanno compiuto vescovi e cardinali nei confronti dei tuoi discepoli e simpatizzanti dopo la tua morte corporale? Non avevi capito come girava il mondo? Vedi? Non mi rispondi, eppure sono qui anch’io. E senza essere stato battezzato!
Santina, nonostante la sua poco raccomandabile professione, non era mai stata una donna cattiva. Non le era mai frullato per la testa, data la sua innata modestia, di finire Quassù. Magari un po’ di Purgatorio, ma di trovarsi subito di fronte a santi di un certo peso, per lei era qualcosa di inimmaginabile. Si ricordò che un giorno si era decisa a dare ascolto a una sua collega di Udine, che più volte l’aveva invitata a visitare Palermo. In quella occasione entrò nella cappella dei Cappuccini, e passando davanti a una tipologia di mummie, aveva avuto, come tutte le persone semplici e incolte, una autentica crisi di coscienza. In latino, che il frate accompagnatore si era incaricato a tradurre, c’era scritto: “ Beate le Vergini, ché loro è il Regno dei Cieli”. La sua amica friulana, morta dal ridere, strizzò un occhio al frate accompagnatore e gli sussurrò: “ Una sveltina da dieci va bene? ” lei invece si fece seria e, pur accettando l’idea, data la crisi che stava attraversando il Paese, che non le sarebbe stato possibile cambiare attività, s’inventò un altro modo coscienzioso di lavorare. Il suo, non lo ritenne più un mestiere, ma una missione. Santina, da quel giorno, per usare un eufemismo, riuscì a creare dal nulla qualsiasi uccello. Indugiava col vecchio marpione, il quale, nonostante gli sforzi, non riusciva a temprarlo a dovere. Giocava e si faceva sbaciucchiare dappertutto da due vecchietti ottantenni sempre col cappello in testa e che puzzavano di aglio. Si faceva toccare dalla mano tremante di una monaca lesbica, mentre recitavano assieme il Rosario. Sopportava, quasi come una moglie meridionale di un tempo, Leone, un tipaccio peloso e cappellone, che dal suo omonimo animale aveva proprio preso tutto: giannizzero dieci mesi all’anno al soldo del re Bula Bula della tribù degli Adoratori del Sole nella Nigeria Nord Occidentale, Leone arrivava senza preavviso e, ponendo una zampa sopra i piccoli seni della malcapitata, rimasti inspiegabilmente delicati come quelle di una monaca vergine, era in grado di ruggire sette volte in meno di due ore. Docile come un agnellino era invece con Olaf, un vecchio lupo di mare che, prima di giacere con lei, si scolava un bottiglione di duro raboso del Piave, e poi, un po’ annebbiato, soleva allungarle due sberloni. “ Tanto per mettere le cose in chiaro” diceva. Si sentiva materna infine con chi era alle prime armi. Le ritornava alla mente un certo Primolino. Le aveva provate tutte con l’innocente, che era sempre fermo. Ripeté allora al timido ragazzo quello che le aveva raccontato, in un momento di bonaccia, Leone, quando prima di uscire, davanti allo specchio , si acconciava la criniera: “ Non temere, cucciolo mio, facciamo quello che il delfinetto fa con la delfinetta, che il coccodrillino fa con la coccodrillina, che il…”
Santina la Battona ebbe un impercettibile dubbio: “ Sa- sa- sarà questo il po- po- posto? ”
E Chiara di rimando, leggendole nel pensiero: “ Cara Santina, le Vie del Signore sono infinite”.

martedì 6 ottobre 2015

HO VISTO IL MIO ANGELO CUSTODE Sergio Casagrande a ‎MELOARTE5 ottobre 2013 ·

HO VISTO IL MIO ANGELO CUSTODE
Il dottore entrò in quel momento. Si accertò che il malato fosse ancora in vita, poi incominciò a visitarlo. Polso, pressione, occhio..molto bene,- sentenziò – si sta riprendendo alla grande.-
Sorrisi: – Molto bene: vuol dire che sono morto in buona salute.-
Al mio fianco notai immediatamente una figura d’uomo sui sessantacinque anni, un po’ bruttino. Mi guardava soddisfatto. Teneva la testa obliqua, il mento era aguzzo e sporgente, indossava un washand-wear bianco; non era né in piedi né seduto, probabilmente accovacciato, non si notavano i calzari perché la tunica li copriva interamente. La barba di tre giorni era grigia, i capelli sembravano scampati a un pericolo mortale. Mi venne spontaneo chiedergli chi fosse. -Il tuo angelo custode, cazzo! Pensavi davvero che gli angeli fossero tutti bei giovanotti ? Tutte queste cazzate te le hanno raccontate i preti! Mi annunciò che mi sarebbe stato accanto sino al momento della sepoltura e che poi mi avrebbe accompagnato Lassù, nel luogo del non ritorno. Potevo rivolgergli qualsiasi domanda ora che entrambi eravamo spiriti. Potevamo vederci e confrontarci solo ora ,perché ci trovavamo nella stessa dimensione. I suoi occhi, mi assicurò, avrebbero visto per me. “Ma il paradiso e l’inferno esistono davvero?” domandai. -Certamente! -rispose- Paradiso, promosso; purgatorio, rimandato; inferno, bocciato. Non sei andato a scuola?- Rimasi con la bocca aperta, si fa per dire, perché una mano pietosa me l’aveva appena chiusa. Mi pentii di aver rifiutato l’estrema unzione giustificando la mia decisione con la fanfaluca che l’olio non mi occorreva più perché ormai che ero già fritto. Però, però: questo mio angelo custode, brutto come il peccato mortale, con un linguaggio da scaricatore di porto, avverso al clero e con quei piedi indefiniti mi era diventato decisamente simpatico. …
“Chi celebrerà la mia messa? Don Antonio?” azzardai. – Don Antonio è stato portato in ospedale. Proprio ieri era rientrato a casa a notte fonda dopo una partita a scopa con l’asso.La perpetua si era già coricata, lasciandogli in caldo il desinare. Lui, per non disturbarla, non aveva acceso la luce e aveva i mocassini in una mano. L’incidente è avvenuto per questo.- “ Non capisco.” -Eppure è semplice: La finestra della cucina è molto alta, ma anche il nostro uomo era più alticcio del solito. Forse uno sgabello o una sedia posta davanti gli hanno generato un po’ di confusione mentale, ed è precipitato. Si vocifera che la vecchia non stesse dormendo, e vedendo una figura dal passo sospetto si sia alzata e gli abbia dato uno spintone decisivo. Illazioni naturalmente, appena incontrerò il suo angelo custode gli chiederò lumi: è un rebus anche per me. “Conseguenze della caduta?” -Quattro costole incrinate, il perone fratturato, varie ammaccature e due bestemmie. “Oh, da lui non me le sarei aspettate… -Anch’io sono rimasto sorpreso. Più delle quotidiane lamentele per l’unghia incarnata dell’alluce destro e dei soliti improperi quando la perpetua lo invita ad aiutarla a piegare le lenzuola di altro non ero a conoscenza.- “Una vera tiranna!” – E lui un povero diavolo. E pensare che non vanno neanche a letto assieme-…
-Ci siamo.- Vidi il mio angelo custode attento e serio davanti alla fossa scavata di fresco. S’inginocchiò e fece il segno della croce. -Sono un angelo cristiano, cosa credi? I miei colleghi di altri partiti religiosi fanno inchini, alzano le braccia o danzano.- “Come siamo con le percentuali?-Confortanti, direi. Sono centocinquanta le persone che ti hanno accompagnato all’ultima dimora. “ Parenti,conoscenti, amici…” -Non solo. Si è scomodato il sindaco di Portonuovo, e persino il parroco di San Fior di sotto.- “L’inglese?” -Proprio lui. Quello che fuma cigarillos e porta gli occhialini da intellettuale. E’ arrivato in moto con suor Angelica in borghese. Col casco. “Una suora col casco?” -Cosa vuoi, è la legge…senza è molto più carina. Si è sempre distinta dalle sue sorelle, porta i ray-ban alla > lenti azzurrate, insiste con le timberland anche se ora sono passate di moda, indossa vesti di panno leggero, vera lana vergine o seta cotonata di marca, non usa acrilici né cineserie; lo stile è sempre lievemente casual.- “E il profumo? E i reggiseni?” -Ma non ti sembra di esagerare? Non sei troppo indiscreto?- “Ti prego, soddisfa la mia curiosità.” -Morbosità, vorrai dire. Comunque adopera solo Versace e si serve dia Gabriella. “ I segreti di Crizia.” -Appunto- “ E gli slippini?” – Oh, per la miseria, sono cose troppo intime, quelle, anche per me,e poi davanti all’uscio della canonica c’è scritto privato!- “ Ma il parroco porta l’orecchino…” -Apparenze. Per sviare.- “Che diavolo!” – E che diavolessa!- “Che diavoli entrambi!” …
Il primo pugnetto di terra cadde sulla cassa ove giaceva il mio corpo mortale.

lunedì 5 ottobre 2015

Quando guardi il cielo, ascoltane le volute, cadi nel suo pentagramma, e nella melodia incontrerai l'attimo.

Quando guardi il cielo, ascoltane le volute, cadi nel suo pentagramma, e nella melodia incontrerai l'attimo. 


D.L. 22/4/41 n. 633 (D.L 22/5/2004 n.128) su testo e immagine

domenica 4 ottobre 2015

Momenti

Quei momenti, quei momenti che rivelano il nulla... mascherine attaccate ai muri...

sabato 3 ottobre 2015

IL MIO ULTIMO SOGNO di Sergio Casagrande

Mi trovai davanti a una grande arcata , un Arcangelo mi fece un cenno. – Ascolta.- Una soave armonia di arpe e voci di bimbi giungevano ai miei orecchi. Guardavo i giardini del Cielo, fragranti dei profumi dei fiori elisi. Passai sotto l'arcata accompagnato dal mio piccolo amico cane che scodinzolava felice.
- È giunto il tuo turno di comparire davanti ai giudici- disse il l'Arcangelo, sii umile e silenzioso.
Alzai la testa e vidi miriadi di martiri e santi e sante anoressiche in vesti bianche. Poi eremiti, anacoreti, cenobiti dai corpi emaciati, profeti dagli occhi esaltati e severi con le loro barbe fluenti, santi apostoli con rami di palma e di ulivo in mano, patriarchi, qualche papa in brillante tiara e due-tre cardinali con le loro vesti purpuree. Severi intorno a me stavano i miei giudici, severi e impassibili. Sant'Ignazio, il Grande Inquisitore, si alzò e sentenziò: - La tua vita è stata offuscata da nefandissimi peccati. Sei stato vinto dalla lussuria, dalla voce infamante della carne! La tua anima è nera come la pece, il tuo cuore è impuro! Come santo e come cristiano ti condanno, che i diavoli ti tormentino per l'eternità!- Un mormorio si levò ed echeggiò per la sala. - Fornicatore- continuò senza remissione, - e con un cane alle soglie del Cielo!- esplose con voce furente un vecchio profeta. - Che impudenza! Portare una sudicia bestia quassù!- Un'altra voce si fece sentire, era quella burbera di San Domenico – le fiamme ti stanno aspettando!- San Pietro alzò il dito: - Ma qui abbiamo delle puttane pentite- sussurrò. - silenzio, pescatore, via, via, Lucifero è tra noi!-
Cercai di rispondere, ma ma nessun suono usciva dalle mie labbra. Mi sentivo abbandonato da Dio e dagli uomini. Mi si avvicinò san Rocco, protettore dei cani. - Ssst, non fiatare, io non sono che un piccolo santo... però, aspetta, ascolta, non senti un cinguettio?- Un piccolo cantore scese senza paura alcuna sulla mia spalla e cantò al mio orecchio: - tu salvasti mia nonna, i miei zii, quando uomini malvagi cercarono di imprigionarli con le reti, ricordi?- Poi venne uno scricciolo, una allodola e garrì per me. - Aiutatemi fratellini- implorai. -Ci proveremo- trillarono all'unisono. Queste piccole creature volarono verso l'arcata e improvvisamente sentii le campane di Assisi, i miei occhi videro gli ulivi secolari. Ed ecco che riconobbi il santo umbro che scendeva un serpeggiante sentiero, mentre uccellini di tutte le specie si annidavano nelle pieghe della sua logora tonaca. San Francesco si fermò al mio fianco e guardò i miei giudici con quegli occhi che né Dio, né uomo, né bestia, potevano incontrare con collera. Mosè si lasciò andare nella seggiola lasciando cadere i suoi dieci Comandamenti: - Ecco come siamo ridotti- mormorò amaramente- sempre lui, il folle e fragile sognatore, con i suoi stormi di uccelli e il suo seguito di straccioni, reietti e mendicanti. Così fragile, ma capace di arrestare la tua mano vendicatrice, o mio Signore! Non sei tu dunque Jehovah, il geloso, il Dio che scese tra fuoco e fumo dal monte Sinai per far tremare di terrore il popolo di Israele? Non fu dunque la tua ira che che mi fece stendere la bacchetta vendicatrice per distruggere tutte le erbe dei campi e abbattere tutti gli alberi , perché tutti, uomini e animali perissero?Chi temerà ora il lampo della Tua folgore, o Signore, se il tuono della tua collera può essere placato dal cinguettio di un uccello?- Il mio corpo si abbandonò sulla spalla del Poverello di Assisi. Ero morto, e non lo sapevo.
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giovedì 1 ottobre 2015

"GELO- sia" Una favoletta per Bimbi e Adulti

Vi è nel Creato una Sorella di verde colorata, così la fece lo scultore di Sorelle, ma forse forse nel suo pensiero, l’immagine non aveva ben presente di colei che stava per plasmare. Aveva già costruito e ora andava per rifinire, pennelli in mano e creta animata, altre sue Sorelle, tutte variegate. Una l’ornò con un cappello in testa, che a scuoterlo cadevan fiocchi, d’arcobaleno colorati, e la chiamò: Serenità. A un’altra mise in grembo un grembiule largo largo, colmo d’ogni curiosità, che ella teneva con una sol mano legato, e coll’altra ne spargeva il contenuto, la chiamò: Gioia. Ne aveva un’altra già pronta da rifinire, volle distribuirle ben bene il colore sulle labbra, che fece rosso acceso, in un bel sorriso, e quando apriva bocca, pareva espander fiori a ogni parola, e la chiamò: Sincerità. All’ultima arrivò, aveva il corpo rigido e il viso contrito e arrabbiato, non riusciva in nessun modo a modellarne le fattezze: com’egli plasmava la creta animata, di nuovo tornava alla primaria sembianza. Non v’era modo di cambiarne il verso. Pensò, lo scultore di Sorelle, di chieder aiuto ad ogni elfo e ogni ondina e ogni spiritello lì lì fra i colori celati; accorsero subitaneamente a mirare e rimirare il soggetto del dilemma. Provarono tutti, da foga presi, a levigare e colorare, a fare gesti strambi per la materia ammorbidire, che un po’ pareva mutare la struttura, a dire il vero, ma dopo il primo istante, rigida tornava, chiusa nel suo broncio annodato, e nulla nulla la smuoveva. Chiese allora, lo scultore di Sorelle al Cielo, che gli desse soli ridenti e nuvole giocose e arcobaleni lucenti, da mostrare a quella Sorella, che sua materia s’ostinava a tener stretta in rigidezza, chissà che commossa da tal bellezze, potesse esser ella più pronta alla dolcezza! Non vi fu risultato alcuno, ella restava tal quale. Insorsero allora i colori e i pennelli e l’altre crete animate, fu un frastuono di voci e di rumori: a terra rotolavano i vasetti a spander sul terreno il loro contenuto colorato, le crete inveivano per il tempo perso che le faceva secche, sole e nuvolette e arcobaleni, dolenti s’attorcigliavano su se stessi; lo scultore di Sorelle , arreso si sedette, le mani a stringere la testa, lo sguardo annegato di pianto, le Sorelle tutte accanto. Così i pennelli commossi dal dolore dello scultore creatore, e d’accordo tutt’insieme raccolsero le sue lacrime, e al popolo di elfi e ondine e spiritelli e vasetti del colore e crete animate, le mostrarono. Ognuno commosso, andò a consolare lo scultore e a raccattare l’altre lacrime, quando furono raccolte tutte, le misero l’una sopra l’altra, e man mano che il cumulo cresceva, davanti a quella creta rigida,
 divenivano gelate. Guardavano stupiti tutti e in ognuno balenò, nello stesso istante, il nome giusto da dare all’ultima fatica dello scultore di Sorelle, a quest’ultima Sorella: Gelo- sia. I pennelli intanto, per finir l’opera, intingevano la punta nel rimasuglio di colori, da tal miscuglio venne fuori un verdognolo spento. Fu così che la Sorella di creta rigida restò per sempre di colore verde, e fu perché gelò perfino le lacrime del suo creatore, che le restò il nome che ogni elfo ondina spiritello e creta animata e anima del Creato le avevano dato: Gelo-sia.

Uno ottobre duemilaquindici  h. 16,40