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Calliope

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Inno all'arte che nel nostro sangue scorre.

venerdì 2 marzo 2018

GNAGNO TRA DON JEKILL E PADRE HIDE (seconda puntata) Sergio Casagrande


La vita di Gnagno subì una sterzata di vaste proporzioni. I suoi amici braccianti, per la maggior parte analfabeti, incominciarono a rivolgersi a lui: «Tu conosci meglio di noi le furfanterie e gli imbrogli dei padroni, tu non temi nessuno, tu sei scapolo e non sei soggetto a ricatti, tu hai più tempo di noi.»
In quel tempo il paese era sotto il peso di una gravissima crisi agraria. A Gnagno non sfuggiva che i compensi per i lavoratori della terra erano ridicoli, sufficienti appena per la sopravvivenza. Concedersi un paio di scarpe era un lusso proibito. Solo alcune donne potevano permettersele di nascosto, magari anche una sottoveste di seta o un paio di mutandine, ma a carissimo prezzo e con il rischio di ricevere nei tuguri, dove vivevano con i loro uomini, solenni bastonate. Spinto da una forza da lui stesso definita di dignità e di giustizia e che mai lo avrebbe abbandonato, si trovò a capo di una Lega di resistenza agricola. Organizzò un aspro sciopero contro il carovita, il magro salario e le eccessive ore lavorative, che sfociò nell’ottenimento di piccoli ma significanti miglioramenti e nel riconoscimento di fatto della Lega e quindi con la possibilità di trattare a pari dignità con i padroni terrieri. Emulando i fratelli Gracchi, senza peraltro subirne le conseguenze delle loro lotte, con grinta e cuore svegliò la coscienza di classe dei braccianti, confrontandosi con loro tra i covoni fuori dall’orario di lavoro nell’intervallo del misero pranzo di mezzogiorno e sotto il sole cocente, per raggiungere una base comune d’intenti da perseguire. Raccoglieva i risultati a scrutinio segreto delle assemblee sempre in luoghi diversi da mezzanotte all’una e discuteva con loro dei problemi emersi nelle riunioni con i padroni delle aziende. Negli spostamenti notturni pernottava nei fienili dei loro compagni di lavoro, spesso assenti perché chiamati altrove. Trovava anche spontaneo e necessario erudire le loro mogli. Le informava sulle trattative in corso per fare assegnare ai loro uomini nuove e più remunerative mansioni affinché le loro capacità potessero essere riconosciute. Enumerava i vantaggi dovuti alla compattezza delle lotte (mezzo litro di latte in più o un companatico più consistente). Le povere donne, per ringraziarlo e per contraccambiare i suoi servigi, lo rifocillavano con tutte le loro grazie e dolcezze possibili. Molte giungevano a offrirgli la loro unica ricchezza, la fiammella d’amore. E senza rischiare alcunché: nessun compagno era geloso del loro capitano, ritenevano le corna un giusto obolo per la suo disinteressato impegno. Gnagno del resto, a volte un pochino imbarazzato, per non apparire scortese come gli esquimesi di un tempo, aderiva con spirito di sacrificio alle loro tenerezze. A Pina, col passare degli anni erano cresciuti un paio di baffoni alla francese, che nonostante i ripetuti tagli con la “britola”, ricrescevano più gagliardi che mai. Giulia, soprannominata Mare, era grassa e molliccia, tutto il suo corpo si muoveva a onde. Gianna aveva il viso di un cavallo smunto e persino la voce, nel momento clou, non si discostava da un sordo nitrito. Marisa era uno stecco con un naso alla greca, Luisa era affetta da strabismo. Bianchina era una allegra gobbetta con il singhiozzo, che si mostrava senza alcun imbarazzo sempre nuda. A Paola mancavano venticinque denti. Miranda, detta Mirandolona, era una pallida bruttona con il fondo schiena a buccia di arancia e alta come un campanile; le sue parole, lontane da essere carezzevoli, emulavano il suono dell’antica piccola campana Renghiera. Lucia invece era un fiore di rara bellezza e con lei Gnagno pativa una sorta di timidezza anche perché a lui pareva che il marito di quest’ultima lo guardasse con un certo sospetto e la cosa non gli piaceva affatto. Ma anche Rita non era male, piccola e con un visino da angelo: le piaceva rotolargli accanto giocherellando come una bambina capricciosa. «Cucù,» lo provocava, mostrandogli la linguetta, i denti bianchissimi e mezza tettina, «riesci a prendermi? No, non ce la fai, sei troppo vecchio!» E rideva come una pazzerella, la briccona. Tutto accadeva con naturalezza: nella quiete notturna di una stalla accanto a una mucca o a un asino, d’inverno; tra i fili d’erba o in mezzo alle spighe del frumento, al canto dei grilli, in primavera o d’estate. Gnagno, durante le effusioni amorose e mentre loro lo coprivano di baci, parlava di lotta di classe; al punto cruciale, quando le sue mani si stringevano a pugno chiuso, si immobilizzavano e lo ascoltavano estasiate, in silenzio. Qualche rara volta gli rivolgevano alcune timide domande, più che altro per accontentarlo e renderlo felice. Si preoccupavano però di fargli capire che non si comportavano così con tutti gli uomini: solo con lui e i loro mariti. «Torna a trovarci, Gnagno,» lo pregavano quando spuntava l’alba «ai nostri mariti spunteranno le corna con delizia e tengono pazienza e tanto cuore: è giusto che il loro prodigarsi sia valorizzato» E al momento del commiato: «E che anche il nostro prodigarci sia monetizzato» aggiungevano di soppiatto. «Tu sai chi vale di più, chi merita una buona parola; i padroni ti stimano e ti ascoltano, ne siamo tutte a conoscenza.»
Il banchiere Leoni, che era a conoscenza della simpatia, seppur interessata, riscossa da quel bifolco da molti dei suoi amici, come pure dell’incondizionata fiducia riposta in lui dai braccianti, non esitò, su suggerimento di don Jekyll (padre Hide quando celebrava, contrito, i funerali di un riccone, o, di buon umore, nel caso della dipartita di un poveraccio), a seminare zizzania alla viglia di una importante vertenza, infiltrandovi un lavoratore precedentemente da lui corrotto. Fu in quella notte che a Gnagno apparve in sogno il vecchio nonno: «Attento,» lo avvisò «tra i tuoi compagni c’è un giuda!» Alla mattina seguente, Gnagno vigilò seguendo con attenzione i movimenti dell’assemblea. Il più scalmanato di tutti era un certo Bortolo, padre di cinque figli: «Nessun dialogo con il capitale! Dobbiamo rivoltarci contro i padroni, sterminarli senza pietà!» Tutti applaudirono senza riserve. Gnagno invece rimase in silenzio e propose all’assemblea di portare con sé quel focoso bracciante alle trattative. Davanti alla giunta padronale però, Bortolo parlò di rinvii, accomodamenti, pace sociale. Calò le brache in modo dolce. «Non eri tu, Bortolo, che volevi appendere i padroni con le loro stesse budella?» schiattò Gnagno, furibondo per la piega che stava prendendo la trattativa. «Via, tratterò io in tua vece, tu torna a casa dai tuoi figlioletti!»
Non erano trascorse che poche settimane da quando era stato licenziato, che accadde una sorta di miracolo; forse fu la Fortuna, la dea bendata, mossa a compassione per quell’uomo audace, a voler prenderlo sotto le sue ali protettrici.
Cecilia, domestica personale della moglie di Leoni (una donna di sessant’anni con un viso magro che andava gonfiandosi sotto una cascata di ricciolini dipinti di rosso da giovinetta), portò all’attenzione della sua padrona il caso “Gnagno”. «Un vero peccato che il signore vostro marito l’abbia messo alla porta. Eh, lo so bene che i poveri devono stare da una parte e i ricchi dall’altra, però…»
«Ti riferisci per caso a quel tale, mi sembra lo chiamino Gnagno, quello che ha osato affrontare in chiesa il nostro reverendo?»
«Esatto signora. Quell’uomo è un temerario, un valoroso: sicuramente con un temperamento e un coraggio simili non può che possedere due…»
«Ti prego Cecilia, non essere volgare,» la interruppe la Leonessa (nome che le era stato affibbiato dai frequentatori abituali di quella casa) «piuttosto ho sentito dire che è un eccellente botanico e il nostro roseto è in condizioni pietose… È alquanto bruttino però, anche se l’ho visto da lontano e di sfuggita.»
«È vero, non è certo un adone, ma è un uomo autentico, non è come certi bellimbusti che alla prova dei fatti non…»
«Cecilia! Te lo ripeto, non accetto volgarità. Certe espressioni vanno bene solo quando siamo a letto, altrimenti è peccato!»
«Mi scusi signora.» 
«Ad ogni buon grado invitalo per domani dopo cena. Mio marito non ritornerà dal suo viaggio d’affari che tra una settimana. Vedrò questo portento.» Sorrise con garbo.
La spilungona Arianna era una donna con la pelle color crema, gli occhi quasi neri con lunghissime ciglia all’insù; i capelli erano di colore castano scuro che aveva l’abitudine di scuotere da una parte all’altra. In gioventù non aveva mai degnato di uno sguardo gli uomini al di sotto di un metro e ottanta, poi, venticinquenne, si era convinta al grande passo con il piccolo e grassottello ma facoltoso banchiere Leoni. Ai suoi, si erano aggiunti proprietà e beni di lui, così si poteva ben dire che erano i più ricchi del paese. I due figli, entrambi maschi, frequentavano collegi di prestigio in lontane città. Da tempo aveva oltrepassato la soglia dei cinquant’anni e provava una terribile noia, se non un certo astio, nei confronti del marito farfallone, sempre indaffarato nel lavoro e nel gioco. Sapeva anche che frequentava giovani prostitute, ma ciò non la rendeva affatto gelosa; lei invece si era stancata degli amanti occasionali, entrati nel suo letto più per dovere e senso di ospitalità che per piacere o passione. Riteneva che fosse ancora prematuro dedicarsi alla preghiera: ancora piacente - non era giunta per lei l’età sinodale - aspettava chissà chi, chissà cosa. Su questo punto era molto diversa da Cecilia che, separata da anni dal marito, andava dicendo che gli uomini non le interessavano per niente o solo come amici, ma appena se ne presentava l’occasione, se ne innamorava, perdendo letteralmente la testa, per “l’amico” di turno. Con la sua iniziale discrezione, avrebbe in realtà corso o meglio cavalcato giustamente e seguendo la sua indole, la cavallina fino ai settanta anni suonati.
Nella sua mente, l’esuberanza di quel pazzo bifolco di Gnagno divertiva l’eccentrica Arianna, perché se non altro infrangeva l’omertà e rompeva la monotonia di quel paese. 
Gnagno si presentò all’appuntamento pallido come un morto, temeva che la vendetta di don Jekyll (padre Hide quando dava l’estrema unzione ai moribondi generosi) potesse avere avuto ancora un seguito; Cecilia però, leggendogli il pensiero, lo rassicurò al riguardo: tutto sarebbe andato per il meglio. Così quando Gnagno incontrò la grande dama Arianna, le esibì un profondo inchino e posò il suo sguardo sicuro sugli occhi di lei: «Signora eccellentissima…»
«Il suo aspetto non è per niente così sgradevole, signor Patrignano.»
«Troppa grazia, signora; io invece la trovo splendida, una donna affascinante come mi era stata dipinta.»
«Chi mai mi ha dipinta? Il reverendissimo parroco? So che tra le sue tante attività extra religiose è anche un buon ritrattista di volti femminili.» Rise divertita. 
«Oh no, è stata la devozione che portano per vostra signoria i miei audaci collaboratori, quando vedono la sua bella persona scendere dalla carrozza alla sacra funzione domenicale.» 
«Galante. Debbo ammettere che è una grande sorpresa.
«La sorpresa è tutta mia, mi creda, mia bella signora.»
«Mi hanno riferito che siete un maestro della potatura, potreste dedicare un po’ del vostro tempo al mio giardino?»
«Sarà un onore signora.»
«Molto bene, signor Patrignano. L’assumo seduta stante come giardiniere. Se farà del suo meglio, come non dubito, non avrà di che lamentarsi. Riuscite bene anche negli innesti?»
«Solo se il portainnesti è valido, mia signora.»
Risero entrambi. «Oh, no, siete davvero uno squisito conversatore.»
Quando si rividero il giorno dopo, Gnagno scoprì che non era affatto importante essere belli e giovani per suscitare interesse in una donna.
Tre giorni dopo, padre Hide (don Jekyll quando palpeggiava con le sue mani benedicenti il seno della moglie del suo sacrestano) venne a sapere da una penitente che Gnagno era stato assunto dalla moglie del banchiere. Non perse tempo e lo stesso pomeriggio si presentò alla villa del plutocrate con il fiero proposito di chiudere definitivamente la questione con quel pazzo contadino. Lo avrebbe messo al tappeto una volta per tutte. S’accorse invece, con suo forte disappunto, che Arianna non aveva nessuna intenzione di soddisfarlo. Dovette sorbirsi una interminabile pioggia di elogi mossi all’indirizzo di Gnagno.
«È un impulsivo, un burlone, ma è sicuramente un fratello dal cuore d’oro e un buon cristiano. Proprio ieri abbiamo pregato assieme nella Cappella privata e recitato il Padre Nostro. Senza contare che è un eccellente lavoratore… guardi reverendo,» sorrise guidandolo nel giardino «osservi le potature e gli innesti. Non sono forse delle opere d’arte?»
“Un buco nell’acqua,” pensò don Jekyll, quando fu solo. “Fratello? Potature? Innesti? Da quando in qua quella puttanona si è mai interessata di queste cose?”
«Patrignano (oramai la confidenza aveva fatto breccia in entrambi i soggetti), lo sai che ieri il tuo caro parroco è stato qui a trovarmi? Non ha ancora rinunciato alla sua vendetta completa. Vuole ridurti sul lastrico. Se ne è andato però con la coda tra le gambe.»
«Ti sono grato Arianna. Come lo saranno sicuramente le rose. Bacino.»
«Ah, ma tu non hai intenzione di passare al contrattacco? Posso darti una mano?»
«Un’idea ce l’avrei Arianna. Puoi presentarmi il padrone del circo, accampato qui vicino?»
«Sicuro. Lo convocherò subito alla villa. Cosa ti frulla per la testa? Dai, non lasciarmi sulle spine.» Gnagno le si avvicinò sussurrandole cosa gli frullava per la mente.
«Fantastico! Un vero scherzo da prete! So che ci riuscirai. Ne vedremo delle belle. Bacino.»




 Omaggio a Sergio Casagrande
 Autore del Giorno 25/02/18 Anima di Vento

GNAGNO TRA DON JEKYLL E PADRE HIDE ( prima puntata) Sergio Casagrande


Gnagno (il suo vero nome era Patrignano, ma i villici suoi compaesani lo avevano volutamente storpiato) spinse l’antico portone della chiesa, sperando in cuor suo di poter entrare inosservato. Non aveva fatto i conti però con i vecchi cardini arrugginiti: un cigolio beffardo ruppe il silenzio e si espanse nell’aria odorante di ceri. I fedeli in piedi e seduti sugli ultimi banchi, accigliati per quel fastidioso rumore improvviso, si girarono verso l’ingresso, il volto severo, all’unisono. Gnagno entrò in punta di piedi a testa bassa, si fece il segno della croce e rimase immobile in piedi tra i tanti che non avevano trovato un posto a sedere.
Padre Hide (don Jekyll quando si spogliava dei paramenti sacri o Mazziere nero quando giocava a poker) nel frattempo si stava scatenando dal pulpito contro il dilagare del materialismo e la pochezza dello spirito. Sbraitava per le eccessive libertà sessuali, veri focolai del peccato. Gnagno dopo qualche minuto si era messo a discutere con un grossista della zona. All’improvviso agitò le braccia, tutto il suo viso si accese di un rosso fuoco. Dieci giorni prima si era accordato per comprare due cuccioli di maiale (come lui scherzosamente li chiamava) al prezzo di mercato. Una improvvisa epidemia però aveva fatto lievitare il prezzo e Gnagno, che già aveva versato la caparra, intendeva arrivare a un compromesso, compromesso al quale però il mercante non intendeva acconsentire. Padre Hide (don Jekyll quando entrava nella casa di Dio), che oltre a una intelligenza luciferina possedeva la vista dell’aquila, notò il battibecco e, interrotta lì per lì la predica, richiamò con durezza Gnagno:
«Ah, è così signor Patrignano! Lei, dopo essere entrato in chiesa in forte ritardo discute animosamente di affari e di porcate. Che bell’esempio di buon cristiano! Posso solo immaginare gli argomenti trattati: donne e maiali!»
Il volto di Gnagno a quel punto si trasformò in una maschera paonazza con striature biancastre, che sfuggirono a ondate in direzione dei capelli. Quello che gli fece saltare la cosiddetta mosca al naso però non fu la rude ammonizione di padre Hide (don Jekyll quando non celebrava le funzioni religiose), ma i sorrisini di commiserazione che immaginò stampati sulle facce dei vecchi fedeli bigotti seduti sui banchi nominativi ai quali, mai, nemmeno se fosse scappato loro un urgente bisogno davanti all’altare, quel pretone avrebbe osato dire alcunché. Senza contare l’accostamento maiali-donne. Via, era fin troppo facile strigliare i fedeli dal pulpito, senza concedere loro una pur minima giustificazione. Così accadde qualcosa di imprevedibile, che non si era mai vista. Gnagno, che nel frattempo aveva cambiato repentinamente in grigio cenere, attorniato da fredde goccioline, il colore del volto, deglutì tre volte, e a passo di carica, facendosi spazio tra la gente, si diresse verso il pulpito. Scostò i due chierichetti di guardia e salì le scale accostandosi al prete, il quale, sconcertato da tanto ardire, non sapeva a che santo votarsi. Senza nessun indugio, Gnagno prese la parola:
«Sono qui a fianco del nostro amato parroco innanzitutto per scusarmi. Imperdonabile la mia sventatezza e la poca devozione dimostrata verso nostro Signore. Il ritardo è stato dovuto a una mia improvvida scivolata sul sentiero fangoso che risale dalla mia abitazione verso la chiesa. Sono stato costretto a ritornare sui mei passi per cambiarmi di abito. Ora però sono indotto a denunciare con mio sommo rincrescimento il comportamento alquanto scorretto nei miei confronti del nostro virtuosissimo reverendo. È pur vero che io stavo contrattando da qualche minuto il prezzo di due maialini: quisquiglie, pinzillacchere, bagatelle, cara gente. Intorno a me invece si è formato un capannello di paesani, tra i quali svetta sempre la “Longa manus” del qui presente parroco, ovvero il cavalier Antonio Pecunioni, gran proprietario di mandrie e allevatore di cavalli.» Così dicendo, si volse verso padre Hide (don Jekyll quando si accingeva a pranzare): «Vedete fratelli, questi buontemponi sono dall’inizio della funzione religiosa, e questo accade ad ogni festa comandata, che discutono, altercano, patteggiano i prezzi di grosse partite di vacche olandesi, il cui prezzo, per chi non ne fosse al corrente, è letteralmente precipitato.» A tal punto, con vera maestria, si girò verso le signore impellicciate dei banchi di famiglia: «La nuova condizione del mercato è diventata un’ottima occasione di speculazione, poiché solo chi dispone di tanto contante - il cosiddetto “sterco del diavolo - può portare a termine con grande soddisfazione enormi profitti da questa operazione. Per questi motivi ora esposti mi arrogo il diritto di impartire non una benedizione, che non mi spetta in quanto devoto laico, ma una simbolica - per il rispetto che porto alla veste – sculacciata al nostro benamato pastore di anime. A quel punto Gnagno sfiorò con riguardosa mano le natiche del prete, il quale, allibito da cotanta impudenza, stava ascoltando senza preferir parola. Poi Gnagno scese le scale, e a testa alta si avviò all’uscita dopo un frettoloso segno della Croce. Giurò a se stesso che fino a che la morte non lo avesse colto, avrebbe cercato in tutti i modi di mascherare quel mascalzone di prete e la sua tanto declamate castità. Sarebbe superfluo raccontare che dal giorno di quella sortita Gnagno balzò al centro della cronaca, spaccando letteralmente in due fazioni quel grosso centro agricolo. L’inusuale scombussolamento mise a dura prova i maggiorenti del Paese, che dovettero intervenire per ristabilire gli equilibri, dal momento che attorno a Gnagno si formò una lista dove confluirono gli anti Jekyll (padre Hide quando, assorto, pregava davanti all’altare maggiore). La lista era formata dai poveri senza la fede o con la fede traballante e da tanti umili di diverso orientamento politico. Gnagno però rifiutò ogni sorta di onore e negò sdegnosamente il proprio consenso a una futura candidatura di primo paesano. Non desiderava essere tentato dal potere, neppure per un tempo limitato come il mitico Cincinnato, non solo perché non si sentiva all’altezza di amministrare la comunità, ma anche per il suo desiderio di libertà, per la sua contrarietà a compromessi, per il suo innato idealismo e la sua proverbiale sincerità. Avrebbe avuto invece le carte in regola per aspirare un giorno alla carica di santo (un canonizzato laico con gli inevitabili peccati umani) se non si fosse trovato però dall’altra parte della barricata. Ma procediamo con ordine. Sin dal primo giorno, alcuni anni prima, quando il parroco aveva preso possesso della parrocchia, tra padre Hide (don Jekyll nel tempo che consumava giocando in borsa) e Gnagno non era mai corso buon sangue. Entrambi sin dall’inizio provarono un’istintiva antipatia reciproca. Dopo pochi giorni dal suo arrivo in parrocchia, don Jekyll (padre Hide quando amministrava i sacramenti), era a conoscenza dei vizi e delle virtù di Gnagno (così come del resto di tutti i suoi parrocchiani). Nell’agenda sempre aggiornata, compilata dal suo predecessore, sotto la voce “Patrignano, detto Gnagno” era riportata in rilievo la dicitura: “Scapolo impenitente ed imprevedibile”. Solo questa condizione da sola rappresentava un punto molto dolente, dal momento che secondo il pensiero del parroco e di Santa Madre Chiesa, l’indipendenza e la libertà dai vincoli sacri avrebbero corroso lo spirito e contribuito a limitare la paura del castigo divino. Gnagno inoltre era un umile, e questo era un bene, ma non portata devozione e riverenza verso i ricchi, e questo non solo era un male o un peccato, ma un sacrilegio. Impulsivo e incorruttibile: imperdonabile. Curioso, sincero e istruito: intollerabile. Dubitava dell’esistenza del Maligno: inconcepibile! I due erano dotati entrambi di un aspetto sgradevole: bruto e brutto in modo orripilante il primo, di una bruttezza fragile e patetica il secondo. Il filo di antipatia si era nel corso del tempo via via ingrossato, sin da diventare una grossa corda da ormeggi.
Don Jekyll (padre Hide quando porgeva con mano armoniosa e volto soave da giovine chierichetto l’ostia sacra ai fedeli) proveniva dalle dure pietraie del Carso (dove le donne sono coriacee sulla terra ma altrettanto toste sotto le lenzuola) e si era colpevolmente ingrassato a causa dell’insana abitudine di camminare poco e mangiare molto ogni giorno, compreso, ahimè, il venerdì. Di norma i suoi pranzi erano costituiti da risotto o pasticcio, carne di maiale, vitellone e di oca e capienti terrine delle più varie verdure crude e cotte condite con ottimo olio di oliva, il tutto accompagnato da pregiato vino rosso. Non disdegnava neppure torte con panna montata e pasticcini alla crema. Il risultato di cotanto stile di vita, di madre Natura e di tante esagerate degustazioni era un alto e grosso otre dal peso di un quintale e venti, sormontato da un impressionante faccione di un rosso bordeaux, che sprigionava, appena di un’unghia ai lati di un importante naso violaceo, una miriade di capillari turchini; poi venivano le spaventose orecchie elefantiache sempre attente a ogni sussurro e seminascoste da riccioli rossastri con sfumature di grigio. L’opera era completata da un ventre da accanito bevitore di birra e da una terrificante bocca, dove spuntavano, truci, due enormi canini; di taglio i due labbroni tumidi e sporgenti sui quali troneggiavano sovente un mezzo sigaro bolivar, che conferiva all’omone un tocco di elegante brutalità.
Gnagno proveniva da una modestissima famiglia emiliana. Il padre, un duro e un gran lavoratore, la madre, una minuta casalinga. Gnagno, terzo di tre fratelli, dopo aver frequentato con profitto la seconda elementare, era stato assunto come bracciante da un ricco possidente agricolo della zona. A vent’anni anni seguì il figlio del suo padrone, il banchiere Leoni, il quale era stato chiamato in terra veneta per amministrare la vasta tenuta di Santa Caterina, ereditata dalla moglie dopo la morte dei suoi genitori. Al paese natio, Gnagno aveva lasciato oltre che i suoi genitori e compagni anche una ragazza, a dire il vero poco propensa a diventare la compagna della sua vita. Lei lo apprezzava per la sua simpatia, intelligenza e loquacità, ma l’esteriorità, per lei che aveva appena diciassette anni, aveva la sua importanza e il confronto con i ragazzi del luogo la mortificava, rendendola dubbiosa sul da farsi. Il nonno di Gnagno gli aveva spiegato che le donne bisognava accettarle com’erano, che la parte alata dei maschi, nella loro turgidità, sortiva effetti terapeutici, se non miracolosi, ma ciò non era sufficiente con l’andare del tempo. Le donne cercavano sì nell’uomo il senso di protezione e sicurezza, ma queste condizioni non significavano affatto remissività; inoltre, difficilmente potevano lasciarsi corteggiare se avevano posto gli occhi su un altro anche in tutti i sensi peggiore. Sarebbe stata una guerra persa in partenza. Aveva insistito su un concetto base, derivante dalla sua esperienza di vecchio e saggio mandrillo: il matrimonio, se non era frutto di un innamoramento reciproco, ma solo di passione, comportava inevitabilmente un logoramento costante per entrambi; le mogli con il tempo si sarebbero incaricate di portare i mariti alla tomba, prima in quella virtuale, poi in quella vera. Nonostante questi macabri avvertimenti, Gnagno aveva insistito, l’aveva pregata in ginocchio di seguirlo, ma aveva ricevuto solo rifiuti. L’avrebbe tenuta nel cuore per tutta la vita e non si sarebbe più innamorato di nessuna. Anche nel Veneto le cose non cambiarono. Il loquace Gnagno rimase per parecchio tempo in silenzio a osservare e a prendere appunti a memoria, mentre i suoi coetanei facevano mostra della loro bellezza ed eleganza, ostentando alle feste paesane le giacche a doppio petto e le cravatte a farfalla. Li guardava da distante, disilluso, dopo aver assistito, assieme a una trentina di vecchiette, alla Santa Messa delle sei e trenta. Si rinchiudeva poi nel suo misero casolare ai margini di un bosco in compagnia della vacca Norma donatagli dal padrone e di una coppia di suini dai quali ricavava degli ottimi salami. Davanti all’ingresso faceva mostra di sé un fico bianco (andava dicendo che ogni uomo avrebbe dovuto tenere un fico pronto per l’occasione) e un orticello (rucola, aglio e cipolle non mancavano mai). In quel luogo iniziò a studiare. Ripassò la lingua italiana, studiò Filosofia, Storia, Fisica (in particolare la balistica) Astrologia e Astronomia. E fu per questo (cioè perché di fatto dispensato dalle delusioni e amarezze degli innamoramenti) che Gnagno poté profondere ogni energia sul lavoro. Con l’andar del tempo occupò nell’azienda un posto di rilievo. Fu nominato coordinatore delle squadre di braccianti impiegate nell’aratura, nella semina, nella raccolta. Le sue qualità però emersero, fino ad assumere rilevanza artistica, nella potatura. Nessuno riuscì a carpirgli il segreto della sua genialità, che emerse, preponderante nel taglio del maresciallo capo, una variante del taglio del caporale. S’impose sulla utilizzazione ai fini produttivi delle femminelle, calcolò la giusta l’inclinazione dei rami dei frutteti per indurli a fruttificare sempre di più. Progettò il duplex della vite quando si accorse che i carri trainati dai buoi faticavano a passare tra un filare e l’altro. Suggerì a un suo amico tipografo, gobbo dalla nascita, le annotazioni astrologiche accompagnate da esaurienti consigli sui lavori della campagna, quando questi, una volta all’anno, si accingeva a stampare: “Il Borghigiano.” Di questa sua attività extra lavoro non accettava dall’artigiano nessuna ricompensa, si accontentava di toccare di tanto in tanto la sua gobba. Sveglio, astuto, occhi che vedevano da lontano, udito finissimo; aveva imparato a leggere il labiale con grande naturalezza. Nulla sfuggiva a Gnagno.
Il parroco, per rifarsi dell’affronto subito, si avvalse della sua influenza per castigare il ribelle. Qual era la punizione più grande che il temerario Gnagno temeva? Sicuramente la perdita del posto di lavoro. Quel diavolo di prete teneva in pugno contadini e artigiani: una sua parola poteva accelerare una pratica, favorire un fido o annullare un mutuo. Una sua lettera facilitare un contratto, raccomandare un impiego o caldeggiare qualsiasi sistemazione. Gnagno aveva visto don Jekyll (padre Hide allorché dormiva sonni tranquilli) entrare più volte nella villa padronale: visite di cortesia o inviti a cena, certo, ma soprattutto conversazioni di affari. E non sempre puliti. I sussurri del paese riferivano che i due personaggi scommettevano cifre da capogiro nelle corse dei cavalli. Non era neppure una novità che entrambi avessero il gusto per il gioco d’azzardo e che amassero il rischio e le forti emozioni. Leoni era un accanito giocatore di whist, don Jekyll (padre Hide quando si faceva un pediluvio con il bicarbonato di sodio) invece amava svisceratamente il poker, il nuovo gioco di provenienza americana. Il prete tra l’altro, frequentando il Leoni, non rifiutava i suggerimenti sull’andamento borsistico: per il banchiere sarebbe stata una sgarbatezza; così, su sua insistenza, e giusto per accontentarlo, aveva investito alcune centinaia di lire, una parte dei frutti delle elemosine dei poveri e delle donazioni dei ricchi. Talvolta però, catturato dal vortice dei numeri, si lasciava prendere la mano. Come quando era morto il calzolaio del paese: aveva rimandato per ben tre volte la celebrazione funebre per meglio seguire le quotazioni della Borsa, improvvisamente altalenante e impazzita. Don Jekyll (padre Hide quando recitava il Santo Rosario) non perse tempo: chiese all’amico Leoni di licenziare su due piedi Gnagno per avere mancato di rispetto non tanto alla sua persona ma a chi essa rappresentava. Al banchiere un poco dispiacque ma acconsentì senza battere ciglio. Gnagno non si scoraggiò perché, nonostante quella vile vendetta consumata ai suoi danni, non tutti i padroni delle terre gli voltarono le spalle e qualche lavoro occasionale riuscì sempre a trovarlo, grazie soprattutto alle sue indiscutibili capacità oratorie e lavorative.
... continua... 
@Sergio Casagrande Autore del Giorno 21/02/18 Anima di Vento

-Canto alla Luna- di Vincenzo Lagrotteria

Oh, bella fra le belle
donna di grande cuore
in te vedo mille risorse
vanto tu porti fra le belle.
Ai miei occhi par luna piena
avvenente di animo gentile
tu mi schiarisci la buia vita
sei la Musa del mio scrivere.
Altra tua sorella sta in cielo
la sua luce splende sulla vita
nei sogni illumina il triste buio
per la vita, sei tu vita, oh Luna.
Le tue doti le stelle elogiano
per vegliarti ti stanno dietro
tremolano come la mia favella
nel cuore mio sei una fiamma.
Anima luminosa,
arcana ombra insidi il cuore,
tu, mio amore.

@Vincenzo Lagrotteria Autore del Giorno 19/02/18 Anima di Vento
Imm. arch. fot. AmVezio

-Pino, il riccio fuori tempo- di Annalisa Tacoli


L'inverno era alle porte!
Pino il riccio, ai primi freddi, come tutti gli esemplari della sua famiglia, si era preparato con cura la sua tana per il sonno invernale, il suo naturale letargo. Aveva raccolto foglie e muschio e li aveva ben ben accatastati tutto attorno ad un avvallamento del terreno che aveva scoperto fra le radici di un grosso albero.
Ai primi di novembre aveva salutato gli amici e i parenti, aveva detto buonanotte a tutti e si era ritirato nella sua tana per il previsto riposo invernale.
Tutto bene? Macché!
La mattina dopo era già fuori! La temperatura era aumentata improvvisamente, la tana era diventata un forno. Aveva messo il muso fuori della tana, non si poteva resistere sotto tutte quelle foglie. Gli venne persino il dubbio di aver sbagliato stagione! Guardò il cielo, splendeva un sole caldo, quasi estivo. Fuori era la solita vita di tutti i giorni, i gatti giravano per il giardino, il cane faceva finta di dormire. Chiese in giro, non c'era dubbio era proprio novembre, però faceva un caldo! Vide due tartarughe dall'aria perplessa, anche loro sembravano incerte sul da farsi. Si muovevano piano, erano già mezze addormentate ma faceva un tale caldo! Troppo caldo per starsene sotto terra! Persino le lucertole erano ancora lì che facevano capolino da sotto i vasi da fiori.
"Che fare? Quasi quasi esco! Magari andrò in letargo la prossima settimana!" pensò Pino, fra sé e sé.
Pensò alla sua mamma che lo avrebbe certo sgridato per una simile decisione, ma lui ormai era grande, abitava da solo e nessuno poteva dirgli niente. Uscì dalla tana e cominciò a girellare per il giardino.
Era divertente uscire di giorno, il riccio è un animaletto notturno, non è abituato alla luce del sole!
"Attento Pino! C'è il cane!" .... Già lui non era abituato neanche al cane, di notte, quando lui va in giro, i cani dormono, come i loro padroni; sì, magari abbaiano se sentono arrivare degli estranei ma per il resto dormono e non si preoccupano certo di qualche riccio che passa per il giardino. E poi Ringhio da cucciolo ha già assaggiato gli aculei di un riccio... E gli è bastato!
Adesso però è giorno e il cane non tollera intrusi nel suo territorio, che siano spinosi o no!
Pino fa una rapida marcia indietro e, ben appallottolato, rientra nella tana; uscirà più tardi, con l'aiuto del buio. Che caldo però!
Qualche ora dopo, nessuno lo può più trattenere, eccolo di nuovo fuori a respirare il fresco ( si fa per dire) della notte! È una sera tiepida, sembra primavera! Pino va a fare provviste, non vuole approfittare di quelle che ha preparato per l'inverno, non si sa mai, se poi viene davvero freddo o nevica! Meglio essere prudenti! Ma c'è poco da mettere sotto i denti, ormai tutti hanno fatto le loro provviste, per terra è rimasta solo qualche nocciola ammuffita, qualche castagna bacata....
Per questa notte si accontenterà delle crocchette che il gatto ha lasciato nella sua ciotola! Il latte no, gli fa schifo, leccato da quel gattaccio, e poi gli fa venire mal di pancia!
Una notte dopo l'altra, la settimana passa...
Adesso è proprio ora di andare in letargo! Siamo ormai a fine novembre! Pioverà, verrà freddo, scenderà la nebbia... la neve...!
Macché!
Sul mese di novembre splende ancora il sole!
Pino comincia ad aver sonno, sbadiglia, si stiracchia per trovare la posizione, la sua natura gli suggerisce di dormire. Ma fa sempre troppo caldo! Che fare?
"Mi faccio un caffè e tiro avanti ancora una settimana, vedrai che prima o poi verrà il momento giusto per andare in letargo!"
Ancora una settimana! Ormai siamo a dicembre, non se ne può più!
Che cosa dicono le previsioni? Anomala ondata di caldo...il riscaldamento globale...ma ....No! Attenti!
C'è la prima perturbazione dell'inverno, arriva dall'Alaska!
Niente di meno!?
"Te l'avevo detto, copriti! Dai sbrigati! È inverno e tu sei ancora qui fuori a prender freddo! Che poi ti si gelano gli aculei!" Dentro! Dentro!
"Come cambia il tempo!!!! Ormai lo dicono tutti!"
Solo che, con tutto quel caffè, adesso il povero Pino non riesce più a dormire....!


@Annalisa Tacoli Autrice del Giorno 17/02/18 Anima di Vento
Immagine dal web

Nulla a caso


Io so qualcosa,
qualcosa di te che nemmeno tu conosci,
quel qualcosa che non è «tutto»,
perché il tutto, DONNA,
toglie spazio alla dolcezza e alla fantasia
e io so qualcosa in più,
che non conosci nemmeno tu.
Tu che leggi e non capisci la poesia,
Tu che non hai mai dato aria ai denti,
ma a pettinare i sentimenti sei ben capace,
non è mai stata brezza ma tuono,
tempesta e poi sole che guarda 
dietro all'orizzonte e poi tace, ne hai avuto intento,
anche quando c'eri e non ci sei, sei ben capace.
Ti nascondi così, a pensiero tuo, che se non ti vedo,
tu errando pensi alla parola mal celata,
che chi non domanda, non cerca e non risponde,
ingenua o illusa, forse arrogante, c'é l'arcobaleno all'orizzonte.
E poi,
poi io e te, noi, che vuol dire mai «ci sono se tu puoi»
Io, anche se posso, parlo con te, sì voglio esisto e posso,
e non per caso, ma per tuo accordato intendimento
e con le certezze mie che nulla hanno a che fare
con i tuoi stupidi perché, e a quelle voci
che danno aria ad un improbabile peccato,
chissà quale
e cosa avrai mai raccontato a tutte le persone,
che senza una ragione hanno fatto dei consigli sposa
senza saper e io conosco ciò che sei,
non tutto proprio ma qualcosa...
che mai ho dato reso a voci,
qualcosa di te,
che io so
e la parola sai, è stata solo voce
Se si trasformano due assi
In una croce.

@Stefano Panozzo Autore del Giorno 15/02/18 Anima di Vento
immagine dal web

-Nun ciò rimpianti- Renato Fedi


Tra 'e scaje de 'a pelle
che d’antico cià sapore
sorteno fora da li pori
foto stinte der passato.
Passeno davanti a l’occhi,
sò come schegge, lampi,
ch’ariempieno l’animo
de spicchi de dorcezza.
Nun è ‘na sorfa ch'annoia
scrutà tra 'e ggiornate
de quann’ero ‘n fanello,
cò li vestiti vecchi de nonno
rimessi a modo ggiusto
da 'e mani de mi madre.
Nun eravamio certo firmati
e nimmanco ‘npomatati,
ma l’allegria ciarivava
ner costruisse ‘na cariola
co’ quattro cuscinetti a fà da ròte,
era mejo de ’n fesso videogioco.
S'annava arrubbà 'e pesche
da l’arberi de li contadini
quanno er zole scenneva a tera,
nun era rubberia, sortanto ‘n gioco
ch’ariempiva er giorno de sorisi.
Mescolà li ricordi renne ‘sto viaggio
verso er porto de 'a vita ppiù facile
e puro meno noioso a fallo
cò 'e vele gonfie d’aria serena.
Chissà si ‘ste parole sceme
che sanno 'n poco de certezza
me resteranno 'ncora ‘n testa,
chissà si me 'e leggeranno
‘nzieme ar prete a l’ojio santo.
Però 'na cosa ve 'a garantisco
Io nun ciò nissun rimpianto!!

@Renato Fedi Autore del Giorno 13/02/18 Anima di Vento
Imm. arch. fot. AmVezio

RISVEGLIO 1-2-3 di Giacomo Mora

RISVEGLIO (1)
Il fragore silenzioso dei colori.
La luce è viva, straordinaria, si muove, inonda.
L'Illuminato da dentro è trasparente.
Stendo le braccia, apro le mani.
Strappo superfici
e il bagliore sotto si rivela.
Riempio lo spazio fra le cose.
Vivo e sono quel pieno e quelle cose.
Ovunque Uno.
____________________
RISVEGLIO (2)
Il cielo azzurro che scurisce,
urlare attraverso il grande campo
il richiamo antico al niente attorno,
al Tutto intorno.
Salire la montagna arancio del Sole precipitato.
Camminare nella mente, l'io tramontato.
Inghiottire il buio scuro della notte
invertendo il senso dello spazio.
Soffiarlo giù su terra e mare.
Sovvertire l'alto e il basso,
lasciar cadere in cielo un sasso.
Tutto attraversare.
Non io, energia, a pulsare.
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RISVEGLIO (3)
Sono al centro del cerchio
il suo brillante bagliore argenteo.
Scagliato da un Sole lontano
la luce si fa dorata nel cuore del sé.
Quiete in un mare illimitato di forza.
La realtá arde come fuoco.
Sono goccia d'argento vivo nel Tutto.

@Giacomo Mora Autore del Giorno 11/02/18 Anima di Vento
immagine: arch. AmVezio